The Donald, un «no global» alla Casa Bianca

Non mi piace Donald Trump, non mi piacciono i rappresentanti della casta che si ergono a difensori del popolo contro la casta. Sa troppo di imbroglio e di contraffazione, come se uno predicasse la povertà per gli altri mentre stappa bottiglie di champagne nella sua villa da milionario a Malindi. Ma quest’uomo piace alla maggioranza degli americani e non si può che prenderne atto.

Il fatto di rispettare una scelta democratica, però, non significa che non sia lecito porsi alcuni interrogativi. Se li è posti, ad esempio, il Papa, ricordando che anche Hitler è stato eletto nel 1933, e quello, per Bergoglio resta «l’esempio più tipico del populismo, in senso europeo».

Perché vincere le elezioni è un passaggio necessario e irrinunciabile del processo democratico: necessario ma non sufficiente. Una volta eletto, il vincitore deve rispettare le istituzioni che rappresenta e soprattutto ha l’obbligo di condividere il principio base della democrazia liberale, secondo cui i diritti di un individuo o di un gruppo sociale trovano il proprio limite nel rispetto del diritto di tutti gli altri. Lo Stato di diritto è qualcosa che esiste prima e dopo il voto e che rende piena e vitale la democrazia.

Lo farà il nuovo presidente? Rispetterà le regole della democrazia liberale? Sono convinto di sì. La democrazia in America è forte e radicata ed anche un presidente fuori misura come The Donald, alla fine ne rispetterà i principi cardine. Ne sarei meno sicuro nell’ipotesi della vittoria di uno dei campioni europei del populismo.

I rischi di una deriva populista per gli USA non riguardano, a mio avviso, la sfera della democrazia e delle libertà individuali e collettive, ma quella della politica estera. Il protezionismo ultra-nazionalista e protezionista rischia di danneggiare prima di tutto l’economia americana e di comprimere l’economia mondiale. Ma il business, si sa, è più forte dei dazi e del protezionismo ed il progetto di Trump su questo punto è destinato a fallire, almeno nel medio termine.

«Compra americano, assumi americano», è uno slogan efficace, ma non funziona: se la Apple produce gli iPhone a Taiwan, pagando la mano d’opera un quarto di quanto costerebbe a Cupertino, non c’è nessun Donald Trump che possa riportare la produzione negli USA, perché questo significherebbe moltiplicare il prezzo degli iPhone provocando un crollo delle vendite. I dazi, poi, sono «contagiosi». Anche altri paesi saranno obbligati ad imporli sulle merci americane, e sarebbe il crollo dell’export USA, la cui bilancia dei pagamenti è già pesantemente esposta sul fronte delle esportazioni.

Lo stesso credo si possa dire sull’altro cardine della politica estera trumpista, l’accordo con Putin e il ridimensionamento della NATO. Un patto di ferro fra Washington e Mosca sarebbe contro natura, ci sono interessi strategici e geopolitici troppo divergenti. È auspicabile che possa attuarsi nel campo della lotta al terrorismo, ma è difficile che possa andare otre questo aspetto. E in ogni caso, a pagarne le conseguenze sarebbe l’Europa, frangile, certo, ma storicamente alleato prezioso degli Stati Uniti.

«Vedremo» ha detto il Papa, lasciando trapelare uno scetticismo sulla concreta attuazione del programma populista di Trump: una prudenza condita da scetticismo che non possiamo che condividere.

Sappiamo che il populismo ha due possibili sviluppi, quando arriva alle porte del potere: o si trasforma in un regime autoritario e antidemocratico (e non è il caso americano) o rivela la totale inconsistenza dei suoi proclami, una volta che si è costretti a confrontarsi con i problemi reali, a passare dalla protesta alla proposta.

https://youtu.be/tcfrbB9hpoI?t=2m20s

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