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Il fenomeno dei combattenti stranieri, in maggioranza giovani, sopratutto europei, che si uniscono alla Jihad in Siria o in Iraq, ha ormai raggiunto dimensioni impressionanti: si parla di migliaia di persone. E dopo l’attentato al museo ebraico di Bruxelles, l’Europa è chiamata a fronteggiare una nuova minaccia: la guerra domestica dei “reduci”. L’Europol, agenzia europea per la sicurezza nel 2013 parlava di un numero variabile fra 1200 e 2000. Tante sarebbero le persone disposte a lasciare le loro confortevoli e sicure abitazioni in Europa per mettere a rischio  (e spesso perdere) la propria vita in nome di Allah. Questo numero in aprile, in una relazione del ministro Alfano alla Camera, era salito a circa 2300. Ma probabilmente la falange del terrore è molto più numerosa e si avvicina alle 5000 unità. Quest’ultima cifra è stata rivelata dal Financial Times citando fonti della Turchia, il paese attraverso il quale un esercito di fanatici entra nel territorio siriano per combattere contro Bachar al Assad.

La “legione straniera”

«Non si à mai visto nella storia, un così alto numero di stranieri in un solo teatro di operazioni», ha detto, riferendosi alla guerra in Siria, Gilles de Kerchove, coordinatore dell’Unione Europea per la lotta contro il terrorismo. L’elenco di questi 5000 combattenti stranieri è stato passato dalle autorità di vari paesi europei al governo di Ankara; il quale a sua volta ha chiesto, legittimamente e polemicamente, come mai questo persone non fossero state fermate nei loro paesi di origine prima della partenza. AP151319862248Da un punto di vista globale, uno studio del Washington Institute, che si occupa dei rapporti fra USA e Medio Oriente, daatato dicembre 2013, quantifica fra i 3500 e gli 11 mila il numero dei foreing fighters, i combattenti stranieri, che avrebbero operato in Siria sotto le bandiere nere dell’ISIS. L’Italia è interessata a questo fenomeno anche sei in maniera apparentemente più marginale rispetto ad altri paesi UE. Nel citato intervento alla Camera per il question time, lo scorso 18 giugno, il ministro dell’interno Alfano ha rivelato che «sono circa 30 i soggetti già residenti nel nostro Paese che si sono recati in Siria, otto dei quali vi hanno trovato la morte».  L’ultimo rapporto sul terrorismo di Europol, relativo al 2013, mostra come la Francia sia il paese più fortemente interessato al fenomeno del terrorismo islamico, e come l’attività di prevenzione e repressione si sia molto intensificata.

Arresti in Europa nel 2013 di appartenenti ad organizzazioni islamiste (fonte: Europol)
Arresti in Europa nel 2013 di appartenenti ad organizzazioni islamiste (fonte: Europol)

La Francia in effetti è il paese che ha dato il maggior contributo alla Jihad siriana; secondo i servizi di Parigi sarebbero 700 i cittadini francesi o persone residenti nel Paese ingaggiati nella Legione straniera del terrore. 500 sarebbero i britannici e 150 i belgi, una cifra notevole, viste le ridotte dimensioni del paese. Da sottolineare che si tratta di paesi che hanno una forte tradizione di immigrazione dal Medio Oriente e del Nord Africa, e nei quali vivono importanti comunità di immigrati.

Il salto di qualità del terrorismo

La propaganda dei terroristi islamici nel Vecchio Continente, secondo Europol, persegue due principali obiettivi: «innanzitutto la “Jihad individuale” (ossia operazioni militari eseguite da individui o piccoli gruppi) viene incoraggiata nei paesi occidentali, inclusa la UE. In secondo luogo le persone vengono incitate a partecipare al combattimento e a sostenere le attività esterne alla UE». in tempi recenti, con l’assalto al Museo Ebraico nel cuore di Bruxelles lo scorso 24 maggio nel quale furono uccise 3 persone, il terrorismo fai-da-te ha subito un importante, anche se non imprevisto, salto di qualità.

«E’ la la concretizzazione di una minaccia che conoscevamo da mesi», ha detto sempre Gilles de Kerchove, riferendosi a quello che gli esperti di intelligence chiamano con un termine inglese blowback, cioè un ritorno di fiamma; cittadini europei che tornano a casa portando le conoscenze militari e i contatti acquisiti combattendo nelle formazioni terroristiche soprattutto in Siria. La Jihad diventa insomma una “palestra” del terrore da importare in Europa.  093919031-dbd4f5dc-2ad4-40ff-83a3-9e7000af9f79

La storia di Mehdi Nemmouche l’uomo arrestato a Marsiglia per l’attentato a Bruxelles è esemplare: 29 anni, nativo del sud della Francia da una famiglia di origini maghrebine, trascorre in carcere buona parte della sua giovinezza per una serie di furti e rapine. In cella abbraccia l’Islam radicale e nel 2013 si arruola fra i combattenti dell’SIS. Tornato in Europa, organizza un’azione “esemplare”,  l’assalto a colpi di kalashnikov contro il Museo Ebraico. Un esempio lampante di blowback, che secondo gli esperti potrebbe non restare un caso isolato.

Preoccupazioni e strategie europee

L’arresto di Nemmouche a pochi giorni dall’attentato, indica comunque che i servizi di intelligence europei non sono stati colti del tutto impreparati. Ma indica anche quanto sia difficile individuare e prevenire la “jihad individuale”, azioni spesso compiute da persone insospettabili o mimetizzate in un contesto sociale nel quale è difficile distinguere comportamenti devianti o criminali dal terrorismo a sfondo religioso.

Un lavoro accurato di intelligence degli organi preposti alla sicurezza nei singoli paesi e la collaborazione fra i servizi europei è la strada che è stata finora seguita, anche con qualche risultato, come lo smantellamento di cellule del terrore in paesi come Francia, Italia, Spagna e Regno Unito.

E, dopo l’attentato di Bruxelles, la ministra dell’Interno del Belgio, Joelle Miquet, ha proposto ai suoi colleghi europei nuove misure di sicurezza, Anche l’Italia, nella sua qualità si presidente di turno del Consiglio UE, ha avanzato le sue proposte, in particolare quella di creare una Squadra Multinazionale ad hoc formata da stabili gruppi di lavoro con investigatori dei diversi Paesi interessati in grado di «scambiarsi tempestive informazioni nonché  pianificare e attuare idonei meccanismi di contenimento della minaccia».

Le maggiori difficoltà nell’attuare una efficace azione di contrasto del terrorismo in Europa, è rappresentato dalla cancellazione delle frontiere nazionali in seguito all’entrata in vigore del Trattato di Schengen, che assicura la libera circolazione dei cittadini nell’Unione. Nessuno pensa di abolire quel Trattato che è una delle grandi conquiste dell’Europa. Ma all’interno di Schengen esistono forse dei margini di manovra che consentirebbero di rendere più sicura la vita delle persone senza comprometterne la libertà di circolazione.

Individuare questi margini è la sfida più difficile per i ministri dell’interno europei che torneranno a discuterne in ottobre.

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