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Il trionfo elettorale per la terza volta consecutiva di Viktor Orban, ormai padrone assoluto della sua Ungheria, è uno di quegli argomenti che sollevano interrogativi fondamentali sul (mal)funzionamento della democrazia nella nostra Europa.

Non c’è dubbio che sua elezione sia legittima, ottenuta cioè attraverso un regolare processo elettorale, secondo i canoni democratici. Ma se la democrazia viene usata per uccidere la democrazia, come e chi la può difendere? Karl Popper, padre del liberalismo, (guardano soprattutto all’esperienza tedesca, dove Hitler aveva conquistato il potere attraverso libere elezioni) proclamava che «le ideologie che predicano l’intolleranza perdono a loro volta il diritto alla tolleranza». Una splendida enunciazione di principio, che tuttavia tale è rimasta.

Ora, non c’è dubbio che la tolleranza e il pluralismo non siano proprio il tratto distintivo di Viktor Orban: egli ha posto sotto il controllo del governo Banca centrale, Corte Costituzionale, magistratura e quasi l’intero sistema dei media. Adotta politiche repressive e persino persecutorie nei confronti di chi non aderisce al pensiero unico del regime come anche delle minoranze etniche. L’ordine autoritario che si è instaurato nell’Ungheria di Orban si chiama «democrazia illiberale», secondo la definizione orgogliosamente adottata dallo stesso leader magiaro: in altre parole, democrazia senza libertà.

Però una democrazia senza libertà non è una democrazia, ma un regime dispotico, perché uccide il pluralismo e priva i cittadini e le altre forze politiche degli strumenti necessari per il buon funzionamento del gioco democratico: ad esempio, una stampa libera, parità di condizioni nell’accesso ai media, uno Stato di diritto che garantisca davvero tutti. E non è il caso dell’Ungheria «orbanizzata».

Chi difenderà allora la democrazia ungherese? Nessuno. Perché quando le regole del gioco vengono alterate, piegate agli interessi del governo, allora la democrazia non ha reali strumenti per difendersi dai suoi nemici.

Invece di gioire per il successo di Orban, dunque, sarebbe meglio cominciare  a preoccuparsi per la brutta aria che spira dall’est.

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