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Quello del giornalista è un mestiere che cambia. In peggio. E’ in atto infatti una corsa verso il basso di questa professione. Una corsa iniziata molti anni fa, e che procede di pari passo con l’a diffusione delle nuove tecnologie. E’ un’involuzione silenziosa e paradossale: più si estende l’uso e la fruizione di tecnologie di comunicazione sempre più raffinate e ramificate, più l’informazione tende ad uniformarsi, ad omologarsi, ad apparire noiosamente ripetiitiva.
La prova di questo processo degenerativo, l’ho avuta tornando, dopo alcuni anni, a seguire l’ultima sessione plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo. Ero consapevole che dal 2010 la “colonia” di giornalisti italiani che da Bruxelles seguono le vicende europee si era ridotta di almeno 2/3. E che di conseguenza anche il numero di giornalisti che per le sessioni parlamentari si trasferivano ogni mese a Strasburgo si era drasticamente ridimensionato.

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Ma non avrei mai immaginato che la sala stampa del parlamento europeo, un tempo affollatissima, potesse vivere un processo di “desertificazione” così drammatico. Pochissimi cronisti, tantissimi posti vuoti, non solo fra gli italiani, ma anche fra i media degli altri paesi. Eppure si trattava di una sessione molto importante, che ha approvato dopo lunga battaglia parlamentare il budget comunitario 2014-2020; che ha lanciato il programma Erasmus Plus; che ha consegnato alla pakistana Malala il premio Sakharov; che ha visto la scissione nel gruppo italiano del Pdl, e molto altro. Temi che poi sulla stampa nazionale hanno trovato anche un certo (anche se limitato) riscontro.

Questa “latitanza mediatica” da Strasburgo, come anche dai tantissimi altri “teatri” nei quali ogni giorno si producono notizie, è generalmente attribuita a due cause: la crisi economica che morde un po’ in tutti e che costringe le società editrici a limitare al minimo le trasferte, e lo scarso interesse che da noi tradizionalmente suscita l’attività del Parlamento europeo, ritenuto a torto un luogo nel quale non si prende mai alcuna decisione.

Accanto a queste due ragioni, che certamente non vanno sottovalutate, ce n’è una terza, più subdola e insidiosa. Una ragione strettamente collegata all’evoluzione del processo globale della comunicazione. Oggi, stando comodamente seduti nella propria redazione o ancor più comodamente a casa propria, si può seguire la diretta di tutto quel che avviene nell’emiciclo del parlamento europeo attraverso un computer o una televisione. E allo stesso tempo si può seguire, a costo zero, una conferenza stampa di Obama a Washington o una dichiarazione del primo ministro cinese o ancora gli scontri in piazza Tahrir al Cairo. Potenza dello streaming, di Twitter e di Facebook! Tutti hanno accesso a tutto. Peccato però che sia un’illusione. Perché quella immensa mole di informazioni che ogni giorno arrivano nelle nostre case e si depositano nel nostro cervello non sono la rappresentazione della realtà, ma spessissimo un’immagine deformata e di comodo della realtà: un’immagine che, ripetuta ossessivamente da tv, radio, giornali, blog, social networks finisce per diventare la realtà.

Come rompere allora questa spirale? Il solo modo è tornare all’antico, cioè al contatto diretto del cronista con gli avvenimenti. Se si sta sul posto, si ha la possibilità di “respirare” l’evento al quale si assiste, di farsi raccontare indiscrezioni, retroscena, curiosità, arrivando magari qualche volta anche a scoprire che le cose non stanno proprio come l’ufficialità le aveva rappresentate e come il circuito mediatico omologato le aveva replicate migliaia di volte. Solo attraverso una presa diretta con i fatti quindi si è nelle condizioni di raccontare in modo originale la nostra visione dei fatti.

Perché fra l’informazione stereotipata ed elettronica e l’informazione “vissuta” c’è la stessa differenza che c’è fra un amico di Facebook, e un amico vero in carne ed ossa.

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