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Domande e risposte in poche righe sul populismo, sui tempi e sui costi del divorzio con Londra, sulle sue conseguenze per l’Europa e per la GB, e una riflessione sulla democrazia europea

Il populismo e la lezione britannica

La campagna “europeista” di Cameron in favore del “Remain” è stata per un lungo tratto in tutto simile a quella di Nigel Farage, leader del fronte antieuropeo: euroscettica, nazionalista, populista. Solo negli ultimi tempi il premier dimissionario ha modificato le parole d’ordine, puntando sulla stabilità finanziaria e la sicurezza nella lotta al terrorismo. Ma ormai era troppo tardi, Gli elettori, chiamati a scegliere fra la copia e l’originale, hanno scelto l’originale, premiando gli anti-UE.

Nigel Farage La prima lezione della Brexit, dunque, è che i partiti tradizionali, nel momento in cui decidono di far proprie le parole d’ordine di movimenti che genericamente possiamo definire populisti, lavorano alla propria sconfitta, e alla vittoria dei loro avversari. E tuttavia questa sembra essere una tendenza irrefrenabile, che si è già osservata in altri paesi, dall’Austria alla Danimarca, dalla Finlandia alla stessa Francia. Le ragioni politiche che stanno alla base di questi comportamenti sono evidenti: si cerca di conquistare una parte dell’elettorato, quella più influenzabile e incerta, con promesse spesso mirabolanti e irrealizzabili che riecheggiano gli slogan dei movimenti populisti. Gli effetti invece sono disastrosi, perché i partiti, invece di conquistare nuovi consensi, perdono una parte dell’elettorato più “fidelizzata” che non si riconosce nella nuova linea politica del proprio partito.

 

Chi pagherà il conto della Brexit

 

Nel medio termine, tutti gli analisti concordano sul fatto che la Gran Bretagna pagherà un costo economico, finanziario e soprattutto politico molto salato, che ricadrà in larga misura sulle famiglie britanniche. Si è detto e scritto molto sulle possibili conseguenze negative sulla Gran Bretagna, ma è difficile capire quanto ci sia di verità in queste stime e quanto di propaganda pre-referendaria, da parte delle potenti lobbies finanziarie britanniche, americane ed europee, favorevoli al “Remain”.

Molto dipenderà dal modo in cui si svolgerà il lungo negoziato che regolerà i futuri rapporti fra Gran  Bretagna ed Unione Europea. Apparentemente Londra agisce da una posizione di forza, ospitando sul proprio territorio milioni di cittadini di paesi UE, che, loro malgrado, diventeranno ostaggi della trattativa con l’UE. Ma è anche vero che ci sono centinaia di migliaia di sudditi di Sua Maestà che vivono in altri paesi europei. Il saldo quindi è più o meno pari. Bisogna però aggiungere che la GB perde una parte importante del proprio potere contrattuale nei confronti di Bruxelles, non potendo più far valere la minaccia di sbattere la porta: una minaccia che in 43 anni le ha consentito ai governi britannici di ottenere una serie straordinaria di eccezioni e trattamenti di favore, i cosiddetti “opt out”. Oggi peraltro, l’UE non ha alcun interesse ad usare il guanto di velluto nei loro confronti. Anzi ha tutto l’interesse ad usare il pugno di ferro, sia per mettere in difficoltà Londra nella fase iniziale del negoziato, sia per disincentivare altri paesi dal percorrere la stessa strada.

 

I tempi del divorzio di Londra

 

I tempi sono regolati dall’ormai famoso art 50 del Trattato di Lisbona, che fissa in due anni il termine massimo per il completamento delle pratiche di divorzio. Trascorso quel periodo, e in mancanza di un accordo, i rapporti fra l’UE e il paese che si è ritirato sono regolati di default dalle norme del WTO, l’Organizzazione per il Commercio Mondiale. I due anni, tuttavia, possono anche essere art 50 TLprorogati, se c’è una comune volontà da parte del Consiglio Europeo e del paese interessato. Il primo passo spetta, comunque, stando al suddetto articolo, al paese che chiede di recedere, e da quel momento scattano i due anni.

Ed è proprio questo il primo terreno di scontro fra Londra e la UE. David Cameron ha comunicato solo informalmente al Consiglio Europeo la decisione del suo paese di recedere in seguito al referendum, ed ha annunciato le sue dimissioni. La comunicazione formale del recesso ci sarà ad ottobre, dopo il congresso dei Tories che con ogni probabilità sceglierà Boris Johnson come nuovo primo ministro (Farage permettendo…). Sarà solo a partire da quella data che scatteranno i due anni. Gli europei invece sono determinati a chiudere al più presto la partita, “per non lasciare la situazione pericolosamente sospesa” (Frank-Walter Steinmeier, ministro degli esteri tedesco) e per evitare che siano i britannici a scegliere i tempi e il terreno di gioco. L’interpretazione autentica dell’art 50, che ha una formulazione molto generica, è allo studio degli uffici giuridici della Commissione.

Quel che è certo è che l’iniziativa spetta a Londra, ed è difficile che la si possa costringere a cambiare posizione.

Nel frattempo, di fronte alla marea montante delle proteste dei sostenitori del “Remain” e delle minacce di nuovi referendum, qualcuno immagina che i britannici potrebbero ripensarci. E’ un’ipotesi del tutto inverosimile: ma se dovesse avverarsi, l’art 50 al comma 5 lascia aperta la porta ad un possibile rientro, rimandando alle procedure di accesso fissate nel precedente art 49.

 

L’accesso al grande Mercato Unico Europeo

 

La sola, vera ragione per la quale la GB nel 73 decise di aderire alla Comunità Europea, rimanendoci per 43 anni, è la possibilità di accedere al cosiddetto “Single Market”, il grande Mercato Unico Europeo composto da quasi mezzo miliardo di persone. Un’opportunità alla quale gli inglesi non vogliono e non possono rinunciare. La trattativa con lìEuropa sarà soprattuto su questo, e i toni duri usati dai principali leader europei sta ad indicare che si tratterà di un negoziato molto difficile.

ShowImageLondra potrebbe cedere qualcosa – molto poco -sul tema controverso delle limitazioni al welfare per i cittadini comunitari, in cambio di qualche vantaggio nelle regole di accesso al Mercato Unico. Ma è bene sapere che questo accesso non sarà gratuito né scontato. Esistono due diversi modelli di accordi dell’UE con paesi europei che non ne fanno parte: Il primo è il SEE, Spazio Economico Europeo, composto da Norvegia, Islanda e Liechtenstein, il secondo è quello degli accordi bilaterali, come accade con la Svizzera; una scelta necessaria dopo che un referendum nella Confederazione Elvetica ha bocciato l’adesione di quel paese al SEE.

Quest’ultimo tipo di accordo è regolato da 120 intese su singoli aspetti della cooperazione bilaterale. Una formula disorganica e spesso contraddittoria, che non ha mai funzionato, e che ha subìto un ulteriore contraccolpo dopo un nuovo referendum svizzero su immigrati e frontalieri.

E’ molto difficile che Bruxelles accetti di percorrere con Londra la strada di questo accordo, che viste peraltro le dimensioni economiche e demografiche del Regno Unito, sarebbe di difficilissima realizzazione.

La via del SEE è più praticabile, ma impone due condizioni. 1) L’accettazione delle cosiddette “4 libertà”, cioè, la libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali – e il primo punto sarà ostico da digerire; 2) Il versamento di un contributo finanziario da destinare al Fondo di coesione per lo sviluppo delle aree svantaggiate dell’Europa. Secondo lo Spiegel International, la Norvegia, 5 milioni di abitanti, versa all’UE 850 milioni di euro l’anno. Un contributo pro capite che, secondo lo Spiegel non si discosta da quello che ogni singolo suddito britannico versa al bilancio dell’Unione Europea (oltre 8 miliardi annui per una popolazione di 62 milioni). Con lo svantaggio di non aver più alcuna voce in capitolo sul modo in cui Bruxelles decide di spendere quei fondi.

 

Cosa accadrà in Europa

 

Nel breve periodo, l’Europa, e i paesi più deboli, come l’Italia, sconteranno le conseguenze della scelta britannica con una serie di terremoti sui mercati finanziarie con una speculazione scatenata, alla ricerca di facili prede. Anche la Gran Bretagna subirà forti contraccolpi, ma le conseguenze, nel medio termine saranno soprattutto politiche, con un paese diviso a metà e due nuovi referendum all’orizzonte, quello scozzese e quello nord-irlandese, che potrebbero ridimensionare fortemente il territorio del Regno Unito.

junck4Il resto dell’Europa, ed è questo il punto che maggiormente ci interessa, ha di fonte a sé tre possibili strade per uscire dal pantano e tentare di rilanciare l’Unione.

1) La prima è di gran lunga la peggiore. e consiste nell’avvitarsi negli sterili rituali dei summit a ripetizione, delle dichiarazioni roboanti e dei compromessi al ribasso, che alla fine lasciano tutto come sta.

2) La seconda è la formalizzazione di un modello di Europa che di fatto già esiste da almeno 5-6 anni, la cosiddetta Europa a due velocità. Questo comporterebbe la possibilità per i paesi che lo vogliono (e che se lo possono permettere) di accelerare il processo di integrazione.L’Italia in quale velocità si posizionerebbe? e l’entrare nel nocciolo duro dei paesi euro, quali prezzi comporterebbe per la nostra economia, visto che la Germania continua ad essere indisponibile a fare sconti sul rigore di  bilancio? Inoltre come reagirebbero le popolazioni di quei paesi che, magari contro la loro volontà, dovessero essere escluse dal processo di integrazione?

3) Un’Europa à la carte, o a cerchi concentrici, nella quale comunque esisterebbe un nocciolo duro di paesi avviati verso una più stretta integrazione fiscale e politica, mentre gli altri sarebbero liberi di decidere, anche attraverso lo strumento della cooperazione rafforzata prevista dal Trattato di Lisbona, a quale livello di adesione accedere.

Ciascuno di questi ultimi due modelli istituzionali pone enormi interrogativi e contiene pesantissime incognite. Ma l’alternativa peggiore resta l’ipotesi n.1, quella di non fare nulla fingendo di fare qualcosa. E’ probabile comunque che possano venire nelle prossime settimane alcune proposte concrete, ma è difficile che esse si possano realizzare prima che le elezioni in Francia e Germania (e il referendum costituzionale in Italia) rendano più chiara la situazione politica in alcuni paesi chiave Cameron Daviddell’Europa. Ancora una volta è probabile che le agende domestiche dei principali stati membri condizionino la vita di tutti gli altri.

In ogni caso, sarà necessario ed urgente convincere la Germania che quella ingessatura di regole e restrizioni che ha imposto all’Eurozona negli anni neri della crisi, fra il 201o e il 2012, non funziona, ed è anzi una delle cause principali della disaffezione che larghi settori delle popolazioni europee nutrono nei confronti dell’UE. Buona fortuna a chi si assumerà questa incombenza.

 

 

Europa e democrazia

 

La scelta compiuta dai britannici con il referendum va rispettata. Così come va rispettato il diritto degli altri 27 paesi che restano nell’Unione di continuare a permanere nella famiglia europea, di darsi le regole che ritengono necessarie, di procedere verso forme più strette di integrazione, di difendere i propri interessi materiali e politici. Solo su questa base sarà possibile una futura collaborazione fra Londra e Bruxelles.

LeaveIl referendum, con le sue violente parole d’ordine contro la dittatura dei burocrati e contro la tirannide del super-stato europeo, ha rilanciato in molti paesi un antico dibattito: la UE è davvero democratica? Il tema è complesso, ha mille sfaccettature e rimanda alle origini stesse, illuministiche e non popolari, del progetto europeo. Un progetto definito nel 93 da un europeista del calibro di Jacques Delors come il “frutto di un dolce dispotismo illuminato”. Questo “dolce dispotismo” si è evoluto, grazie soprattutto all’elezione diretta dell’europarlamento ed al conferimento ad esso di nuovi poteri con il Trattato di Lisbona, ma ha lasciato delle tracce in profondità. E comunque, fino a quando l’economia ha tirato e l’Europa è stata la patria dei diritti, delle libertà, delle frontiere aperte, il dibattito sul cosiddetto “deficit democratico” dell’Unione Europea è stato confinato ad alcuni ristrettissimi circoli di intellettuali e politici particolarmente votati all’autoreferenzialità.

Con l’esplosione della crisi, nel 2008, con il suo aggravarsi nel 2011, e con il sopraggiungere di fenomeni devastanti come le migrazioni di massa e il terrorismo, il tema della democrazia è esploso, divenendo di colpo di grande attualità. Molti accusano in particolare la Commissione Europea, organismo non eletto ma formato da funzionari cooptati dai governi nazionali, di esercitare un potere arbitrario e non democraticamente legittimato.

Quest’accusa è del tutto infondata. Perché, se è vero che il potere esecutivo è assegnato alla Commissione, il potere di indirizzo e di decisione  sulle scelte politiche più rilevanti è saldamente nelle mani del Consiglio Europeo e del Consiglio dell’UE, cioè dai governi, mentre il Parlamento europeo, con il Trattato di Lisbona, ha un ampio potere di controllo su molte materie e sull’operato della stessa Commissione. Certo, l’attuale architettura istituzionale europea funziona in modo diverso da quelle di molte democrazie occidentali: il Parlamento non fa quel che fanno i parlamenti nazionali, cioè non è sede del potere legislativo e di legittimazione dei governi, così come il potere esecutivo della Commissione non risponde del proprio operato direttamente ai cittadini, ma è comunque soggetto ad un controllo democratico indiretto.

 

L’Europa, del resto è stata concepita così, con delle strutture istituzionali imperfette ed incomplete, che per funzionare andrebbero ripensate e completate con la creazione di una vera Unione politica e fiscale, regolata da norme che non consentano il prevalere dei paesi più forti su quelli più deboli. Un’Europa che al momento appare futuribile, ma sulla quale, forse un domani, si potrà cominciare a riflettere

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