Tsipras e la corda che si sta spezzando

Difficile non comprendere e condividere lo sfogo del presidente dell’Europarlamento, il socialdemocratico tedesco Martin Schultz, quando dice di “avere le scatole piene” di Alexis Tsipras e dei suoi continui cambi di tattica. Come anche il disappunto del presidente del Consiglio europeo, Jean-Claude Juncker, che ha rifiutato di rispondere ad una telefonata del primo ministro di Atene. Quel che ha fatto perdere la pazienza a Schultz e Juncker è stata l’ultima giravolta dl premier greco che di fronte al Parlamento ateniese ha bocciato la proposta Juncker, definendola “assurda”, e mandando all’aria l’ipotesi di un’intesa che pareva a portata di mano.

martin_schulz_eu_parliament (1)Anche se i guai della Grecia sono stati ingigantiti dalla Troika e dall’eccesso di egoismo e di austerity imposti dalla Germania di Angela Merkel, il governo greco di estrema sinistra sta dimostrando al mondo che all’origine dei guai della Grecia c’è la Grecia stessa e la sua classe politica. Tsipras e il suo stravagante ministro delle finanze, Varoufakis, non sono eroi di una guerra di liberazione dalla schiavitù dell’euro o martiri dell’«Europa tedesca», come qualcuno anche in Italia si ostina a pensare. Al contrario, sono demagoghi che hanno conquistato il potere soffiando sul fuoco del malcontento popolare e mentendo ai propri elettori; facendo cioè loro credere che fosse possibile mantenere anzi accrescere il peso del Welfare State, senza curarsi dell’enorme buco nei conti pubblici del Paese, della struttura arcaica e pletorica della pubblica amministrazione, del sistema di riscossione delle tasse del tutto inefficiente, e, soprattutto, del fatto che ha già ottenuto dall’Europa e dal FMI prestiti per 240 miliardi di euro, e che soprattutto ha bisogno urgente un una nuova linea di credito valutata fra i 30 e i 50 miliardi.

Si dice ora che il problema di fondo per il premier greco è non venir meno alle promesse elettorali. Ma di questa preoccupazione avrebbe dovuto farsi carico la stessa Syriza prima di vendere facili illusioni in campagna elettorale e non ora. La realtà è che il partito di Tsipras, a dispetto della sua dichiarata vocazione rivoluzionaria, è un partito conservatore, che rifiuta di affrontare il nodo di una vera modernizzazione del paese e di una revisione dello “Stato-mamma” che, nella versione ellenica, è fatto di assistenzialismo, privilegi e clientelismo politico. In questo, Syriza non è diverso dagli altri partiti che lo hanno preceduto alla guida del governo, Il Pasok e Nuova Democrazia. La differenza è che mentre i Papandreou e Samaras riuscirono, fra mille incertezze, ad ottenere due importanti linee di credito, sia pure al prezzo di una sottomissione al giogo della Troika, il governo di estrema sinistra sta facendo precipitare il paese verso il baratro, con i depositi bancari che si assottigliano ogni giorno di più (500-600 milioni di euro vengono ritirati ogni giorno dalle banche) e con un senso di profonda sfiducia che si diffonde nel paese e all’esterno.

Al punto che il popolo greco (questo sì martire della politica nazionale e di quella europea)  si trova a dover scegliere fra una stentata sopravvivenza sotto il giogo della Troika (oggi si chiama Brussels Group), e l’espulsione dall’area della moneta unica, con prevedibili conseguenze disastrose sul piano economico e sociale in un paese già in ginocchio.

Forse sarebbe il caso che Tsipas e compagni dicessero al loro elettorato la verità e che Varoufakus la smettesse di mettere in pratica la “teoria dei giochi” di cui dice di essere esperto. Nel famoso “gioco del pollo”, ingaggiato da Atene con l’Europa, su chi sarà il primo a cedere, Bruxelles ha un vantaggio di non poco conto: sa che il governo di Atene sta bluffando, che non ha alcuna carta in mano, e che sarà un miracolo se riuscirà a pagare la rata di un miliardo e mezzo dovuta al FMI.

Il futuro, dopo il 30 giugno, è buio fitto. Chi darà alla Grecia una nuova linea di credito di cui ha assoluto bisogno. Il FMI si è già chiamato fuori. E l’Europa non sembra disposta a disperdere altre decine di miliardi a fondo perduto. L’Italia, nonostante i suoi guai, ha già sborsato 40 miliardi di aiuti diretti e indiretti ad Atene. Provate a chiedere a un tedesco di versare ancora soldi alla Grecia, sapendo che dei 60 miliardi già versati, se va bene, ne rivedrà solo una minima parte e nell’arco di una quarantina d’anni.

Anche se, il negoziato con la Germania, e la Merkel sembra disposta a fare qualche ulteriore limitata concessione pur di non aprire il vaso di Pandora del “Grexit”, per Atene si sta sempre più avvicinando il momento della verità, cioè della bancarotta e dell’uscita dall’euro. Che, come ha detto il sopra citato Schultz, “significa automaticamente anche uscita dall’Europa”

 

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