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Quanto costa l’Europa lo sappiamo: 138 miliardi di euro è l’ultimo bilancio annuale disponibile, quello del 2011. E l’Italia, con i suoi 14 miliardi di euro di contributi, è fra i primi contributori netti dell’Unione, è fra i paesi cioè che danno più di quanto spendano. Più difficile è stabilire quanto costi la “non Europa”, cioè l’interruzione del processo di integrazione dei 28 paesi UE. Oppure, provando a rovesciare i termini della questione, quali vantaggi avrebbe ogni singolo cittadino europeo dal completamento del processo di integrazione?

Il Parlamento europeo ha calcolato che il compimento di questo processo porterebbe nelle casse di Bruxelles qualcosa di più di un “tesoretto”: circa 800 miliardi di euro nel periodo 2014-2019, facendo aumentare del 6% il PIL, il Prodotto Interno Lordo dell’intera Unione; una manna per le esauste finanze comunitarie. Basti pensare che questa cifra rappresenta l’80% del bilancio comunitario per il prossimo quinquennio.

Vediamo nei dettagli questo studio, che è consultabile, in inglese, sia nella pagina interattiva dell’Europarlamento, sia in formato pdf, scaricabile qui. I maggiori vantaggi, circa 260 miliardi di euro l’anno, potrebbero venire dal mercato unico digitale, oggi frammentato e poco produttivo, e altri 235 dal mercato unico dei consumatori e dei cittadini. Ulteriore ricchezza verrebbe generata dal completamento dei mercati finanziari (60) miliardi, dall’Unione bancaria (35), da un miglior coordinamento delle politiche fiscali (31), dall’accordo commerciale transatlantico con gli Usa (60), e da molte altre voci.

Lo studio di cui parliamo è uno degli ultimi atti che il Parlamento europeo uscente lascia a quello che si insedierà dopo le elezioni di maggio. Le stime contenute nel rapporto vanno evidentemente prese con le pinze, perché fra l’altro non tengono conto di una serie di fattori congiunturali e anche politici che possono pesantemente influenzare lo sviluppo dell’economia europea.

Ma di fronte a chi fa spicciola propaganda anti-europea solo per raccattare qualche voto, questo rapporto ci consente di proporre uno scenario diverso, se non proprio rivoluzionario. E’ un invito insomma a non tirarsi indietro nella costruzione di un’Europa più integrata, ma al contrario ad andare avanti con determinazione, recuperando lo spirito originario e visionario che animò i padri fondatori del progetto europeo. Il problema vero è che i padri fondatori non ci sono più, e, a quanto pare, non hanno lasciato molti eredi in giro per l’Europa.

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