SHARE

L’accelerazione sul Jobs Act è uno zuccherino che Matteo Renzi offre alla Berlino e Bruxelles, sperando di ottenere in cambio un po’ di flessibilità.

Il premier assicura che la riforma del lavoro è una di quelle leggi fatte «non perché ce la chiede l’Europa, ma perché serve all’Italia», secondo la famosa allocuzione coniata da Mario Monti e spesso riproposta da Renzi. Ma è vero esattamente il contrario: essa è stata fatta perché ce l’ha imposta l’Europa. Fin dal 5 agosto del 2011, dove uno dei punti della famosa lettera della BCE all’ex premier Silvio Berlusconi sollecitava una marcata flessibilizzazione del mercato del lavoro. Il Jobs Act serve certo a creare nuovi posti di lavoro, perché certo gli imprenditori non saranno più disposti ad assumere solo perché un domani potranno licenziare con maggiore facilità. Altre sono le cause all’origine della mancanza di occupazione, e il Jobs Act, se avrà effetti sul mercato del lavoro, ne avrà nel giro di anni, non di mesi.

Portando davanti alla Merkel, cioè alla vera padrona d’Europa, un provvedimento già passato al senato e sul quale il governo si impegna a dare un rapido sbocco parlamentare, il premier vuole dimostrare che l’Italia è cambiata. Che non è più la solita Italia delle promesse disattese e degli impegni mancati, ma dei fatti. E il Jobs Act è solo la prima riforma. Ne seguiranno molte altre: l’abolizione del senato, la riforma della pubblica amministrazione, la riforma del fisco, quella della scuola, e la lista continua e si allunga di giorno in giorno.

Ecco, il limite di Renzi sta proprio qui. Le sue doti straordinarie di incantatore lo inducono a mettere ogni giorno nuova carne sul fuoco, senza riuscire a cuocere nulla. Perché la brace si sta spegnendo.

Sarebbe preferibile piuttosto concentrarsi su due-tre obiettivi, importanti, magari impopolari, ma indispensabili per far tornare a crescere il paese. Alcune cose può e deve farle il governo a casa propria, in Italia; ad esempio un taglio davvero radicale delle spese improduttive, interventi significativi sul cuneo fiscale, politiche di sostegno alle famiglie a basso reddito. Ma il grosso della battaglia è in Europa. Perché senza risorse europee, e soprattutto senza allentare la gabbia di regole che l’ossessione tedesca per l’austerity ha imposto a tutti i partners, è impossibile far crescere un paese .

Occorre quindi una strategia europea di lungo termine, con obiettivi intermedi, precisi e cadenzati. Occorre un nuovo sistema di alleanze, che modifichi i rapporti di forza all’Interno dell’Unione, oggi troppo sbilanciati verso il blocco che fa capo a Berlino. Occorre tener presente che anche la Germania è in recessione, e che quei vincoli europei che ha imposto agli atri paesi, presto potrebbero rivelarsi insopportabili per sé stessa. Occorre insomma una vera strategia europea, che al momento non si intravvede nell’azione del premier. Il quale invece privilegia la tattica e gli obiettivi immediati, ma di corto respiro.

L’idea del governo di rinviare il pareggio strutturale di bilancio, rispettando il vincolo del 3% del rapporto deficit/Pil è un primo passo, molto significativo. E le reazioni sorprese e sdegnate di Bruxelles e Berlino confermano che sarà una battaglia molto dura e lunga. Ma qual è il punto di arrivo di questa battaglia? La sospensione del fiscal compact per l’intera durata della crisi, invocando quei “fattori rilevanti”, che sono previsti dallo stesso accordo europeo di bilancio per le congiunture economiche più difficili? oppure una devoluzione di poteri dell’Unione, come chiede il governo britannico? o ancora la creazione di un’Europa a diverse velocità che già di fatto già esiste, ma che potrebbe spingere il nostro paese ai margini dell’area euro?

Tutti interrogativi che al momento non hanno risposta. E che molto dipenderanno dalla volontà dei leader europei di evitare di danneggiarsi a vicenda, come hanno fatto egregiamente negli ultimi 5 anni.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here