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Ha scelto uno dei momenti più difficili della recente storia europea, quello della caccia ai terroristi del massacro di Parigi, il presidente della Commissione UE, Jean-Claude Juncker, per annunciare un evento storico, che cambierà il volto dell’Europa nei prossimi anni: la nascita dell’Europa a due velocità.

Forse non è una tempistica casuale quella scelta da una vecchia volpe della politica come Juncker. Ha lanciato un sasso in uno stagno europeo da troppo tempo fermo e maleodorante, e lo ha fatto in un giorno in cui il suo progetto sarebbe giunto solo alle orecchie del principale destinatario: David Cameron e il suo progetto di Brexit, l’ipotesi cioè di un referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Europa, se non verranno attuate alcune riforme chieste da Londra all’UE.

Il presidente della Commissione ha parlato in una sede non ufficiale, un convegno sull’Europa al Bozart di Bruxelles, argomentando che la nascita di un’Europa a doppia velocità sarà l’antidoto necessario per evitare il Brexit e per prevenire nuovi problemi che inevitabilmente deriverebbero all’Europa da un suo ulteriore allargamento, specie verso i paesi balcanici. Ecco le sue parole:

“Il Brexit non ci sarà – è stata la premessa -. Un giorno dovremo ripensare l’architettura europea con un gruppo di paesi che saranno disposti a fare insieme le cose, tutte le cose, ed altri che si posizioneranno in un’orbita differente rispetto al nucleo centrale. Io penso che, eventualmente, non sarà più possibile che 33, 34 0 35 Stati possano procedere alla stessa velocità e con lo stesso slancio nella medesima direzione”.

Più chiaro di così non avrebbe potuto essere. Il messaggio è diretto in particolare a Cameron, al quale annuncia di fatto che la trattativa per evitare il referendum britannico è già iniziata. Il progetto europeo non è rinviato alle calende greche ma ad un tempo ben definito. il primo semestre del nuovo anno. Tuttavia, ha ammonito il politico lussemburghese, “dovrà essere definito un minimo di regole comuni sui diritti sociali fra tutti gli stati membri”: che, poi, è proprio quel che Cameron non vuole.

A questo punto l’interrogativo è se questa svolta europea, benedetta dalla Merkel, sia un bene o un male. Forse, anche questa volta la verità sta nel mezzo. Già oggi, come del resto accade da 4 anni, l’Europa procede a molte diverse velocità e secondo geometrie molto variabili. C’è l’Eurozona, e al suo interno i paesi del nord e quelli del sud; ci sono i paesi esterni alla zona euro, e fra essi quelli dell’Europa Orientale che hanno altre priorità; c’è poi la Gran Bretagna che fa storia a sé. Una riduzione del numero delle Europe già oggi esistenti, quindi, sarebbe un bel vantaggio, che consentirebbe magari ai paesi dell’eurozona, o ad alcuni di essi, di procedere verso una maggiore integrazione politica e fiscale.

Ma in queste vicende il diavolo sta nei dettagli. Sulla base di quali regole avverrà questo processo di integrazione? Chi stabilità queste regole e come? e il prezzo richiesto dalla Gran Bretagna per restare in Europa sarà sostenibile per il resto dell’UE? o, come al solito, Londra cercherà di mantenere tutti i vantaggi dello stare in Europa (accesso al mercato unico, ad esempio), senza pagare alcun pegno?

Quel che è certo è che l’Europa non può più permettersi di stare troppo a lungo nel guado in cui si trova oggi. E, alla fine, saranno le emergenze del terrorismo e dei rifugiati a spingerla a fare delle scelte.

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