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Ha colto tutti di sorpresa la trasformazione della Cancelliera da arcigna custode del rigore finanziario ad angelo dei diseredati. Una metamorfosi che è forse l’annuncio di importanti cambiamenti in Europa.

Molti autorevoli commentatori interpretano il cambiamento di rotta della Merkel come il risultato della sua particolare passione per la difesa dei diritti umani e civili. Diritti che nella Germania orientale, dove la «ragazza venuta dall’est» ha vissuto la sua giovinezza accanto al padre pastore protestante, ha visto calpestare e umiliare per decenni. Altri analisti, con una dose forse eccessiva di cinismo, collegano la svolta tedesca al calo demografico, che vede il paese più potente d’Europa all’ultimo posto, nelle statistiche mondiali, per tasso di natalità: senza una massiccia e costante dose di immigrati, entro il 2030, hanno calcolato con precisione teutonica i soliti istituti di studi tedeschi, l’economia del paese rischierebbe il collasso.

Ma dare asilo ad oltre 800.000 immigrati in un solo anno, come si appresta a fare la Merkel, significa farsi carico di un costo sociale e politico esorbitante. È come se ogni anno una nuova città delle dimensioni di Francoforte nascesse sul suolo tedesco. La Germania, con la sua potente economia e la capacità organizzativa che non ha pari al mondo, ha mostrato di essere in grado di assorbire l’impatto. Meglio dunque imparare a gestire il fenomeno (limitandolo all’accoglienza dei richiedenti asilo provenienti dalla Siria) che essere travolti da un’ondata migratoria che per la sua natura è e sarà irrefrenabile e incontenibile.

Ma c’è dell’altro. C’è in molti la sensazione che Angela Merkel, dopo 10 anni alla guida del suo paese, stia pensando di realizzare un salto di qualità. Fino a ieri è stata solo la Cancelliera dei tedeschi, attenta agli umori del suo elettorato molto più che alle sorti dell’Europa e degli altri paesi Ue. Ha esercitato con durezza la posizione di supremazia che il suo paese ha conquistato in Europa, come i greci hanno imparato a loro spese. Ma ora è giunto il momento di guardare oltre l’orizzonte domestico, di mostrare quella visione che il suo mentore politico, Helmut Kohl, le ha più volte rimproverato di non avere. In altre parole, di assumersi delle responsabilità nei confronti non solo dei tedeschi, ma anche degli altri popoli europei. Una responsabilità democratica, che è molto diversa dal dominio che nel ‘900 la Germania ha imposto ai paesi vicini. Forse sono prove di una nuova leadership continentale, in un’Unione che ha un disperato bisogno di un baricentro e di una nuova rotta.

Se fosse così, sarebbe un bene non solo per la Germania, ma anche e soprattutto per l’Europa.

 

 

 

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