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L’affermazione del Front National di Marine Le Pen alle amministrative francesi era largamente previsto, così come è prevedibile un buon risultato dei tanti movimenti euroscettici che prosperano in tutti i paesi dell’Unione. Un risultato che certo non va sottovalutato, ma che non prelude, come invece si vuol far credere, ad una conquista del “potere“ da parte di queste formazioni.

Il dato che emerge, all’indomani del voto francese, è che nel variegato universo del populismo ci sono almeno 3 diversi filoni, strutturalmente incapaci di coalizzarsi fra loro: l’estrema destra fascista e xenofoba che da dal Front National al FPO austriaco di Heinz-Christian Strache, al partito razzista dell’olandese Geerte Wilders, alla Lega Nord di Salvini. alle sigle più estremiste che sono in crescita in vari paesi, dall’Ungheria alla Finlandia, alla Svezia. Un altro filone è quello dell’estrema sinistra, non ideologicamente antieuropeista, ma radicalmente contrario a questo modello di UE, che fa capo alla lista “Altra Europa” del leader comunista greco Alexis Tsipras. Infine ci sono i movimenti euroscettici ed antieuro come l’UKIP britannico di Nigel Farage, considerato in forte ascesa, e il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, forse possibili, futuri alleati a Strasburgo.

E’ assai difficile che questi movimenti, animati spesso da ideologie fortemente nazionaliste, possano elaborare strategie comuni. Possono al massimo ostacolare alcune scelte, o coalizzarsi per esercitare pressioni su questa o quello iniziativa, o attuare proteste anche clamorose. Ma, anche tenendo conto del ruolo importante ma non decisivo dell’Europarlamento nel quadro delle istituzioni europee delineato dal Trattato di Lisbona, è difficile che questi movimenti possano realmente incidere sul futuro dell’Europa.

Essi però non vanno sottovalutati, sopratutto perché sono lo specchio di un’Europa che non funziona , che non suscita emozioni, che non fa più sognare. Un’Europa grigia e burocratica, fatta di regole e di scartoffie. Ma è bene esser chiari: se l’UE è quella che vediamo oggi, lontana mille miglia dal sogno dei suoi Padri Fondatori, è perché i leader che negli ultimi 10 anni hanno governato i principali paesi europei hanno voluto che fosse così.

Può sembrare paradossale, ma in un certo senso, l’euroscetticismo è alimentato più che dai movimenti populisti, in primo luogo dalla miopia degli stessi governi, che privilegiano gli interessi e gli egoismi nazionali, e poi scaricano sull’Europa le responsabilità dei loro fallimenti; che svuotano di poteri e competenze le istituzioni comunitarie (commissione, parlamento) e poi lamentano l’inerzia dell’Europa.

Ora però tutti i nodi stanno venendo al pettine, e i margini per questo gioco perverso si stanno esaurendo. Le prossime elezioni di maggio potranno essere l’occasione per cambiare registro, per costruire un’Europa della solidarietà e della coesione; oppure per dare una mano, magari involontaria, a chi vuole distruggere non solo l’Europa, ma la stessa idea di Europa.

Mai come oggi, il futuro dell’UE è nelle mani dei suoi leader.

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