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Ce lo rimpiangeremo questo esile e astuto tessitore di trame internazionali che negli ultimi 5 anni si è mosso coerentemente sulla linea enunciata nel suo discorso di insediamento: «ogni negoziato che si conclude con la sconfitta di una parte non è mai proficuo, ciascun paese dovrebbe uscire vincitore da un negoziato». Herman Van Rompuy, primo presidente “stabile” del Consiglio europeo in virtù del Trattato di Lisbonam, ha tenuto fede per 5 anni al suo profilo di “mediatore estremo”. Ma ha fallito proprio nella fase finale del mandato: nella partita delle euronomine ci sarà infatti (salvo sorprese sempre possibili) un paese che non potrà considerarsi “vincitore; è il Regno Unito di David Cameron, che ha fallito nel suo tentativo di fermare la corsa del candidato del PPE, e della Markel, Jean-Claude Juncker.

Questa volta dunque Londra uscirà con le ossa rotte dal negoziato sulle nomine. Capita a chi si mette in rotta di collisione con la Camcelliera. Il veto posto dal premier Cameron su Jean-Claude Juncker per la successione e a Barroso, condito con la minaccia di accelerare sul referendum per l’uscita della Gran Bretagna  dall’Unione europea, cadrà nel vuoto. Salvo ripensamenti dell’ultimo minuto, l’ex primo ministro del Lussemburgo ed ex capo dell’Eurogruppo dovrebbe essere nominato presidente della Commissione. E a Cameron non restarà che esprimere il proprio disaccordo con un voto di dissenso che non avrà effetti pratici, ma romperà la regola del consenso unanime, che sempre ha ispirato le decisioni più rilevanti del Consiglio, la riunione dei capi di stato e di governo dei 28.

Il Grande Mediatore sta definendo anche il quadro complessivo delle prossime cariche europee. Si procede secondo i criteri tradizionali di rappresentanza: si tengono cioè presenti criteri politici (PPE-PSE), geografici (Nord e Sud d’Europa, con un’accento particolare sui paesi dell’Est, dopo la crisi ucraina), e fattori economici.

Juncker
Jean-Claude Juncker
Helle Thorning-Schmidt, Danish Prime Minister, in the foreground
Helle Thorning-Schmidt

Lo schema che si va delineando prevede dunque un espontente PPE (risultato primo partito al voto di maggio) al vertice della Commissione, cioè Juncker, una socialista del nord come la premier danese Helle Thorning-Schmidt al posto di Van Rompuy al Consiglio europeo.  L’incarico di Alto Rappresentante della politica estera e della sicurezza dell’Unione, che oggi è della baronessa Ashton, indicata 5 anni fa dai laburisti britannici, potrebbe andare al nostro ministro degli esteri, Federica Mogherini. Quest’ultimo incarico comprende anche il ruolo di vicepresidente della Commissione. Le Commissioni andranno a personalità vicine alla Merkel: il premier finlandese Jyrki Katainen, uno dei campioni del rigore nord-europeo, quota PPE, molto apprezzato a Berlino è in predicato per diventare commissario agli affari economici e monetari, mentre come commissario per l’Energia dovrebbe essere confermato il tedesco Gunter Oettinger, quota PPE. La Francia infine otterrebbe la presidenza dell’Eurogruppo per l’ex ministro di Hollande,  Moscovici. Al parlamento europeo dovrebbe essere confermato per il primi 2 anni e mezzo, l’attuale presidente, il soialdemocratico tedesco Schultz, e per la seconda parte del mandato lo stesso Van Rompuy.

Un quadro che, se confermato, vedrebbe ancora una volta la Merkel nel ruolo ormai consueto di dominus della politica europea, con uomini e donne di sua fiducia e/o gradimento nei posti chiave.

Lady Ashton e Federica Mogherini
Lady Ashton e Federica Mogherini

Anche la Thorning-Schmidt, pur se in quota socialista, ha una formazione liberal molto vicina alla sensibilità della Cancelliera.

Da questo schema sarebbero del tutto assenti i paesi dell’Europa Orientale. Una possibile compensazione per loro potrebbe essere l’assegnazione di altri posti “pesanti” in Commissione.

L’Agenda strategica

Van Rompuy lascia però un piccolo capolavoro politico, un distillato di pura diplomazia europea, molto democristiano diremmo noi, che è la sua Agenda strategica per l’Unione in tempi di cambiamento, un testo ancora provvisorio che fissa le priorità per i prossimi anni e che verrà discusso dal prossimo vertice UE del 26-27 giugno.

In esso, almeno nella seconda versione in inglese, riesce a metere insieme, in maniera per la verità non sempre coerente dei vari governi. E poco importa se tali richieste siano a volte inconciliabili. Concede un po’ di flessibilità all’Italia e alla Francia, ma senza mettere di mezzo la riforma dei Trattati, ponendo come priorità la  crescita e la competitività; rassicura Londra sul valore del mercato unico e sul principio di sussidiarietà e proporzionalità («l’Unione dovrebbe agire solamente quando assieme possiamo raggiungere qualcosa che le nazioni non possono raggiungere individualmente»); a Varsavia garantisce una speciale attenzione ai temi dell’energia riprendendo la proposta di Unione Energetica avanzata dal polacco Tusk. Ma sopratutto dedica alla Germania un sintetico ma assai significativo paragrafo:

«Continuare il lavoro che renda l’Unione Economica e Monetaria un fattore solido e dinamico di stabilità e di crescita: con una governance più forte e un maggiore coordinamento e solidarietà politica, che ci permetta di impedire che sviluppi problematici in alcuni stati membri coinvolgano poi anche gli altri»

 

L’Italia è avvertita. Non sarà consentito al nostro, e a nessuno degli altri paesi  del sud Europa, di diventare un fattore di contagio per l’intera economia europea. Flessibilità sì, ma la priorità resta il rigore.

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