SHARE

Secondo un’opinione diffusa, la Brexit, cioè l’uscita del Regno unito dall’UE, sarebbe un fatto positivo per l’Europa. Sul campo europeo resterebbero infatti solo i paesi che più credono nel progetto di integrazione, cioè i fondatori e pochi altri. Liberi finalmente di stringere sempre di più i vincoli comunitari.

Non è una tesi nuova. Ma è comunque una tesi sbagliata. Già Sarkozy nel 2011 vagheggiava qualcosa di simile, e in un infuocato vertice europeo del novembre di quell’anno – che segnò uno dei più punti più bassi della storia dell’Unione – accusò Cameron di essere un intralcio alla costruzione di un’Europa più coesa e quindi economicamente più stabile. Da allora (e in verità anche prima di allora) il processo di allontanamento di Londra da Bruxelles ha conosciuto una ininterrotta serie di tappe forzate che portavano tutte verso una stessa direzione, cioè la Brexit.

Ma dal 2011 il processo di integrazione dell’Eurozona non risulta che abbia fatto alcun reale passo in avanti. Anzi, ha fatto molti passi indietro, al punto che oggi la zona della moneta unica rischia l’implosione. E’ vero, sono state scritte nuove regole, e precetti sempre più stringenti: ma sono norme scritte secondo i dettami delll’ordoliberismo tedesco, ed hanno l’obiettivo non di rendere più stabile l’Eurozona, ma di rassicurare il mondo finanziario e politico della Germania, favorendone nello stesso tempo gli interessi nazionali.

E non è certo un caso che questo sia avvenuto proprio dal momento in cui il Regno Unito ha cominciato a prendere sempre più le distanze dal progetto comunitario. Londra, fin dell’inizio della storia dellEuropa unita, è stata considerata dai francesi – e non senza ragioni – come un partner essenziale per bilanciare il potere della Germania. Un potere che è divenuto egemone, con l’unificazione delle due Germanie.

E’ pur vero che il fatto che gli inglesi non abbiano mai partecipato con convinzione alla vita comunitaria, ma abbiano da sempre privilegiato il rapporto diretto con gli Stati Uniti, ha impedito che si creasse uno stabile equilibrio di potere fra i principali paesi del Vecchio Continente. Ma nonostante tutto, nonostante cioè che alla fine dei conti, Londra abbia più avuto che dato nel rapporto con Bruxelles, la sua sola presenza, ancorché defilata, costituiva un elemento imprescindibile di equilibrio.

Oggi, la sua possibile uscita dalla famiglia europea sarebbe un disastro politico ed economico, le cui conseguenze verrebbero suddivise in parti uguali fra il Regno Unito e l’Europa.

Certo, la partita è tutta ancora da giocare, e sta nelle mani dei sudditi di Sua Maestà. Se il 23 giugno prossimo, data del referendum su Brexit, vinceranno i “leave”, sarà una bruciante sconfitta politica per Cameron e per il suo accordo faticosamente raggiunto con Bruxelles. Ma sarà anche l’inizio di una fase di pericolosa instabilità per il l’economia del paese oltre che per quella europea. I grandi gruppi industriali e finanziari britannici già hanno fatto sentire con forza le loro preoccupazioni, delle quali si è fatto portavoce il Cancelliere dello Scacchiere (ministro delle Finanze), George Osborne, secondo il quale un’uscita della Gran Bretagna dall’Europa sarebbe un “profondo shock economico”. La partita, insomma è ancora tutta da giocare, e c’è da augurarsi che gli inglesi capiscano che il loro interesse coincide con l’interesse dell’Europa.

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here