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L’idea di un’Europa che torna protagonista del proprio futuro e che, dopo la Brexit, si dà una scossa e mette in cantiere una UE a due velocità, è durata solo pochi giorni. È bastata la protesta dei paesi dell’Est e dei Baltici, che si sentivano relegati ad un ruolo di fanalino di coda dell’Europa con diversi livelli di integrazione per far rientrare l’ambizioso progetto lanciato da Angela Merkel e sostenuto da molti paesi, che avrebbe potuto riprendere in mano la costruzione della casa comune europea.

E poco importa se a protestare erano quegli stessi paesi del centro Europa, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, che più ferocemente si oppongono ad una maggiore integrazione dei 27, e che hanno fatto della lotta contro i “burocrati di Bruxelles” la loro bandiera.

L’Europa dunque segna il passo. Nella bozza provvisoria dei lavori del vertice per i 60 anni del Trattato di Roma, il 25 marzo, la “sussidiarietà” è il principio cardine: il principio cioè che riduce l’intervento delle istituzioni comuni ai soli casi nei quali gli stati nazionali non riescono a raggiungere gli obiettivi prefissati.

Dal testo scompare dal testo il passaggio sulle “diverse velocità”, nel quale si afferma che alcuni paesi “possono avvicinarsi, andare più avanti e più velocemente in alcune aree”. Un passaggio sostituito da una formulazione meno impegnativa: “Agiremo insieme ogni qualvolta sarà possibile, a differenti ritmi e intensità dove necessario, come abbiamo fatto in passato entro la cornice dei Trattati e lasciando la porta aperta a coloro che vorranno aggiungersi dopo. La nostra Unione è indivisa e indivisibile”.

In teoria, ci sarebbe ancora spazio per un nuovo slancio, per evitare di ripiombare nella palude dell’immobilismo. Ma manca la volontà, e soprattutto mancano i leader capaci di una visione di lungo termine.

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