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Proprio all’ultimo miglio della corsa alla presidenza della commissione per Jean-Claude Juncker, candidato del PPE, è arrivata, inattesa e a lungo invano sollecitata, una piccola ma decisiva spinta della cancelliera Merkel. La quale in un’intervista alla stampa tedesca, in puro euro-politichese ha detto: «in linea di principio, il presidente della commissione viene eletto» dai cittadini.

In queste poche parole c’è il senso di una svolta. Fino ad ieri infatti la cancelleiera aveva sempre sostenuto una tesi opposta. Che cioè «non esiste alcun automatismo» nella scelta del presidente della commissione, perché se è vero che il Trattato di Lisbona impone al consiglio europeo di «tener conto» dei risultati elettorali nella scelta del sostituto di Barroso, è ancora più vero, a giudizio della Merkel, che sono i governi a dover indicare i nomi dei candidati alla presidenza della commissione e del consiglio. Anche se poi al parlamento spetta il compito di votarli a maggioranza.

Al di là dei complessi formalismi europei, dietro la posizione della cancelliera si nascondeva una questione di sostanza. A quanto pare, infatti, il nome di Juncker non avrebbe mai entusiasmat la Markel, mentre il suo vero candidato sarebbe la signora Christine Lagarde, una francese in quota PPE, ex ministro del tesoro sotto la presidenza Sarkozy, ed attuale numero 1 del Fondo Monetario Internazionale.

La svolta di Berlino sta a significare che la cancelliera ha accolto il principio rivendicato dal parlamento europeo, che cioè il candidato alla presidenza della commissione sarà uno dei 6 che hanno messo la faccia nelle elezioni europee, facendo campagna elettorale in tutti i paesi. E precisamente sarà il candidato del partito che risulterà più votato; le maggiori chances, al momento quindi sarebbero per Juncker, candidato del PPE, il partito considerato in vantaggio da molti analisti.

Ma il cammino è ancora lungo. Nessun partito, neanche il PPE avrà la maggoranza assoluta nel parlamento, e quindi dovrà trattare con i socialisti e i liberali per la formazione di una grande coalizione europea. E il gioco delle europoltrone, che sono più di 60, potrebbe avere esiti inattesi e oggi imprevedibili.

Quel che è certo è che nella riunione informale dei capi di stato e di governo convocata per il 27 maggio a Bruxelles da Van Rompuy non dovrebbero esser prese decisioni formali sui nomi dei candidati, ma solo avviato un primo confronto. E al presidente uscente del consiglio, Van Rompuy appunto, verrà assegnato il compito di mettere insieme il puzzle delle nomine da approvare poi nel mese di giugno nel vertice europeo ordinario.

Un compito non facile neanche per un uomo abituato alle mediazioni impossibili come l’ex premier del Belgio.

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