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50,3% contro il 49,7. I “sì” hanno vinto di misura nel referendum svizzero che chiede di limitare l’immigrazione dai paesi dell’Unione Europea. Un risultato a sorpresa, che ha in sostanza diviso il paese e che ha registrato una partecipazione massiccia di votanti, oltre il 55%, il livello più alt degli ultimi 5 anni. Una scelta che marca una distanza (che noi italiani ed gli altri europei conoscono bene) fra i sentimenti e gli umori delle popolazioni e quelli degli apparati. Contro il referendum infatti si erano espressi il governo, buona parte del parlamento e sopratutto le organizzazioni padronali. Uno dei fattori che rendono florida l’economia elvetica è infatti la vasta disponibilità i manodopera straniera ed in particolare europea, e l’apertura di un mercato di mezzo miliardo di persone. I dati sll’immigrazione

La crisi che ha colpito i paesi dell’UE, e in particolare quelli del Sud, come l’Italia, ha ingrossato le fila dell’immigrazione dai paesi confinanti. Su una popolazione residente di 8 milioni di abitanti, gli immigrati nel 2012 erano 1.800.000, il 65% dei quali provenienti dai paesi europei. Essendo un’”isola” di libero scambio con l’Europa, il 55% dell’export della Confederazione elvetica è verso i paesi Ue, e l’import raggiunge ben il 75%.

Cosa cambia con il referendum

Il risultato della consultazione reintroduce le quote di ingressi nel paese, rimettedo in discussione tutte le intese bilaterali raggiunte con l’UE, a partire dall’Accordo sul Libero Scambio del 1972. Esclusa, in seguito ad un referendum,

Vignetta di Gerald Herrmann
Vignetta di Gerald Herrmann

l’adesione all’Unione europea, l’integrazione economica, politica e culturale fra Europa e Svizzera andò comunque avanti con due Accordi Bilaterali firmati nel 1999 e nel 2004, al termine di faticosi e lunghi negoziati su materie specifiche. Con i “Bilaterali 1e 2” si apriva in sostanza il mercato del lavoro e quello delle merci e dei capitali. La Svizzera rinunciava al suo isolamento aprendosi al grande mercato unico europeo ed acquisendo, attraverso l’intesa sulla libera circolazione delle persone, manodopera “europea” indispensabile per le proprie industrie.Per una panoramica dei rapporti Berna-Bruxelles leggere qui

Quel che è importante sottolineare è che nel primo accordo bilaterale è contenuta una cosiddetta “clausola-ghigliottina”: se anche un solo accordo su una singola materia dovesse venire abrogato, decadrebbero anche gli altri. Quindi non è consentito limitare la libera circolazione delle persone e lasciare inalterata quella dei mercati, E’ a questa clausola che il presidente della Commissione Barroso si è richiamato nei giorni precedenti il referendum, ammonendo la Svizzera a non porre limsvizzera-02iti all’ingresso dei lavoratori europei.

E oggi la Commissione UE “deplora” il risultato del voto e ammonisce con una nota ufficiale: «L’Unione esaminerà le implicazioni che questa iniziativa ha sull’insieme delle relazione fra l’Ue e la Svizzera. In questo contesto sarà pure considerata la posizione del Consiglio federale». Insomma aria di tempesta e una nuova sfida per l’Unione alle prese con la prima “secessione” di un paese, anche se la Confederazione elvetica non fa parte dell’UE e tantomeno dell’area Euro.

Cosa accadrà ora

I rapporti fra Berna e Bruxelles sembrano destinati a ripartire da zero. I 260 mila frontalieri, 60 mila dei quali italiani, dovrebbero avere la vita dura più di quanto non l’abbiano avuta fino ad ora, accusati dai populisti svizzeri di essere i responsabili di ogni male: dumping salariale, insicurezza e sovraffollamento di treni e strade. Sarà però probabilmente la Svizzera a pagare il conto più salato, con ricadute molto negative sulle esportazioni e costi maggiori per le importazioni, oltre ad un probabile aumento del costo del lavoro. Forse sarà più “pulita, meno “affollata”, ma anche meno competitiva. Tornerà insomma ad essere “isola”, in un’economia che però nel frattempo si è globalizzata.

Ed anche gli oltre 450 mila svizzeri che vivono nei paesi UE avranno la vita più dura, perché non potranno più godere dei diritti riconosciuti agli altri cittadini europei. Un monito per i populisti e gli antieuropeisti, anche quelli di casa nostra.

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