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Il 4 dicembre 2016 abbiamo tirato un sospiro di sollievo quando il verde Alexander Van Der Bellen ha battuto – 53% a 47% – il candidato dell’Fpö, il partito della destra populista austriaca, Norbert Hofer. Pochi si sono accorti di alcuni particolari non del tutto irrilevanti: che, cioè, più di 2 milioni e 100 mila elettori hanno votato per Hofer, e che l’85% dei consensi per l’esponente dell’ultradestra provengono dai ceti popolari. Inoltre dalla competizione sono rimasti esclusi i due principali partiti, il Socialdemocratico e il Popolare, che negli ultimi 70 anni hanno governato senza interruzione il Paese, quasi sempre con esecutivi di Grande Coalizione. Ancora oggi, queste due forze politiche sono alleate nell’esecutivo austriaco. Il voto per le presidenziali sembra, tuttavia, aver decretato la fine dei due principali partiti.

Un altro sospiro di sollievo lo abbiamo tirato il 15 marzo scorso, quando si è votato in Olanda. Il premier uscente, il liberale Mark Rutte, uno dei campioni del rigorismo finanziario del nord Europa, ha vinto le elezioni, sottraendo il primo posto al partito della libertà di Geert Wilders, populista di destra, dato per trionfatore della competizione dai soliti sondaggi sbagliati della vigilia. Un’ottima notizia, certo. Peccato che Wilders abbia aumentato i voti, ed ottenuto 20 seggi nel parlamento dei Paesi Bassi, contro i 15 che aveva prima.

Vediamo cosa accadrà in Franca nel voto del 23 aprile e sopratutto nel ballottaggio del 5 maggio. I sondaggisti affermano che Marine Le Pen, leader del Fronte Nazionale – formazione di estrema destra ereditata dal padre Jean-Marie e trasformata in una potente macchina elettorale – non riuscirà a spuntarla nel voto di ballottaggio. Visti i precedenti, c’è poco da star tranquilli sulle rilevazioni d’opinione.

Speriamo di poter tirare un altro sospiro di sollievo anche il 5 maggio (sinistra ricorrenza della morte di Napoleone). Ma mentre il fronte europeista si consola di votazione in votazione per lo scampato pericolo, il fronte populista si rafforza. E si appresta a sferrare una battaglia finale, magari fra qualche anno, alle prossime tornate elettorali. E comunque, come ha affermato Wilders dopo i risultati elettorali, i populisti hanno già ottenuto il loro successo: i loro temi sono ormai al centro del dibattito politico. Anzi sono diventati i temi dominanti delle campagne elettorali di quasi tutti i leader dei partiti mainstream.

I sospiri di sollievo, allora, non bastano più. Occorrono idee, coraggio e passione da contrapporre al linguaggio banale e mistificatorio di populisti. Perché in gioco non c’è la carriera di qualche leader politico o il destino di una classe dirigente che ha perso la fiducia di larghe fasce della popolazione, ma il futuro dell’Europa e della democrazia liberale.

 

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