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Se proviamo a ragionare al di là della polemica politica spicciola su alcuni fenomeni apparentemente eterogenei e distanti, come la crisi delle socialdemocrazie europee, l’avvento della globalizzazione e le ondate migratorie, possiamo osservare, come, in realtà, si tratti di questioni fra loro intimamente connesse.

Probabilmente bisogna tornare agli inizi degli anni ’80 per trovare qualche indizio dell’insorgere di quel malessere che oggi percorre le nostre società, rendendole fragili, egoiste, spaventate, poco interessate alle sorti della democrazia. In quegli anni ormai lontani infatti si produsse quel fenomeno che conosciamo come globalizzazione. Il neoliberismo, o, se preferite, un liberismo senza regole, ne è divenuta presto l’ideologia e questa ideologia ha conquistato il mondo.

Mercato e democrazia

Da allora il mercato ha cominciato a dominare la politica, la finanza a prevalere sulla democrazia. “I mercati – ha affermato con molte ragioni l’amministratore delegato di Citybank, Walter Wrinston – sono macchine elettorali”. Voleva dire che, in sostanza, sono loro, i mercati, e non i cittadini, a decidere chi governa, e soprattutto, come governa, quali siano, cioè le politiche economiche che possono essere messe in campo e quali devono essere invece riposte in un cassetto.

Probabilmente non riusciamo ad avvertire con chiarezza il peso questo fenomeno che possiamo definire come deficit di democrazia. In Europa, poi, siamo portati a credere che la responsabilità sia delle invasive istituzioni comunitarie. Ma è una realtà planetaria, della quale dobbiamo prendere coscienza. Quando mettiamo la nostra scheda nell’urna elettorale, dobbiamo essere consapevoli che il partito e il leader politico che andrà al governo, non riuscirà a mantenere per intero gli impegni presi con gli elettori: anzi, più sono mirabolanti e stratosferiche le promesse di cambiamento e di rigenerazione della politica, più sarà bruciante il confronto con la realtà di un mondo nel quale la politica è soggetta alla finanza.

A decidere sulle scelte politiche, dunque, non sarà soltanto il leader o il partito che ha vinto le elezioni, ma le sue decisioni dovranno confrontarsi con gli interessi prevalenti del sistema finanziario internazionale, che ha un enorme potere di condizionamento della politica. Il caso del referendum della Grecia del 5 luglio 2015 è emblematico: i cittadini ellenici hanno respinto a grandissima maggioranza le misure di austerità imposte dai creditori, ma la loro voce non è stata ascoltata, e, dopo poche settimane e una crisi di governo che ha portato ad elezioni anticipate, la troika è tornata a lavorare a pieno ritmo ad Atene.

La sinistra liberista

Le sinistre europee e quella italiana, negli anni ’80 e ’90, hanno abbracciato la causa globalista e liberista, forse per necessità più che per scelta. Certo, senza vedere che la combinazione di questi fenomeni aveva provocato profonde ferite nel tessuto sociale di quelle classi popolari che hanno da sempre costituito la base elettorale della sinistra in Europa: fine dello stato sociale, disuguaglianze, nuove povertà, un multiculturalismo disordinato, sono state alcune delle conseguenze delle politiche liberiste, fatte proprie anche da leader come Bill Clinton Gerard Shroeder, Tony Blair, e in Italia Massimo D’Alema.

Non c’è da stupirsi, quindi, se, a partire dalla prima metà degli anni ’90, la crisi di consensi delle socialdemocrazie europee si sia fatta evidente. E se, parallelamente, abbiano preso vigore quei partiti populisti che erano fino ad allora confinati ai margini estremi della politica. Il travaso di voti operai dai partiti socialdemocratici a quelli populisti risale proprio all’ultimo scorcio del passato millennio. E da allora non si è più arrestato. Anche nelle ultime elezioni presidenziali in Austria confermano questa tendenza: il candidato dei Verdi, risultato poi vincitore, Van Der Bellen, ha ottenuto i voti del ceto medio e delle grandi città, mentre l’85% della classe operaia ha dato il proprio voto al candidato della destra populista, Norbert Hofer.

Dal Papa parole coraggiose sui migranti

La sinistra di governo ha continuato a sbagliare anche sul tema immigrazione, pur mostrando negli ultimi tempi segni di ravvedimento. L’accoglienza dei profughi è sacrosanta, ci mancherebbe, ma deve essere accompagnata da adeguate politiche di integrazione. Se si accoglie senza integrare, se si creano ai margini delle nostre città dei ghetti dove convivono e si scontrano culture e stili di vita lontanissimi, se il multiculturalismo diventa una croce gettata addosso solo ai ceti popolari, non ci si deve sorprendere se poi in questi quartieri i populisti trionfano. Una personalità al di sopra di ogni sospetto in tema di accoglienza, come Papa Francesco, di ritorno da una visita in Svezia, intervistato in aereo lo scorso 1 novembre, ha detto parole importanti, ricordando, fra l’altro che va fatta una distinzione fra rifugiato ed immigrato economico e che ci vuole prudenza da parte dei governanti: «non è umano chiudere le porte, non è umano chiudere il cuore, e alla lunga questo si paga, si paga politicamente come anche si può pagare politicamente una imprudenza nei calcoli, ricevere più di quelli che si possono integrare». Ed ecco le parole del Papa

Sono riflessioni sulle quali i partiti democratici europei, compresi quelli di ispirazione socialista, dovrebbero meditare, se non vogliono correre il rischio di «regalare» definitivamente le classi popolari ai movimenti che professano un nazionalismo identitario e xenofobo.

Questi e molti altri temi legati alla crisi di identità dell’Europa dei nostri giorni saranno al centro di un mio libro che uscirà nei prossimi mesi.

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