SHARE

Ha ragione Giuliano Ferrara ad affermare che non c’è stato alcuno “schiaffo dell’Europa a Grillo”, come hanno scritto il Corriere della Sera e la Repubblica: così come non c’era stata prima alcuna “svolta europeista” del comico genovese, che anche in questa vicenda ha dimostrato di prediligere alla politica, la farsa.

La parabola della ditta Grillo-Casaleggio, passata nel giro di un paio di giorni, e senza alcuna spiegazione, dall’anti-europeismo più acceso ad un europeismo riformista e poi di nuovo alla proposta di un referendum anti-euro, rivelano ancora una volta il dilettantismo di una leadership del M5S priva di una cultura politica e di una strategia di azione: prigioniera piuttosto della convenienza spicciola e degli umori cangianti del suo leader.

Quello del M5S non è un problema che riguarda solo i militanti del Movimento, visto che esso rappresenta non una setta minoritaria ma una delle principali forze politiche italiane, che ha addirittura l’ambizione di candidarsi alla guida del paese, pur avendo ampiamente dimostrato di non essere in grado di governare neanche la sua Capitale.

Dopo il tentativo maldestro di lasciare l’EFDD, il raggruppamento che fa capo ad un personaggio come Nigel Farage, il politico britannico che continua a prendere i soldi di quell’Europa dalla quale ha voluto divorziare con la Brexit, Grillo è stato costretto a fare una clamorosa retromarcia, accettando le condizioni-capestro dettate dal leader dell’UKIP: fra le quali, oltre alla rinuncia a posti chiave, c’erano anche l’impegno, prontamente accolto, a rilanciare il referendum sull’euro in Italia, e la richiesta di prendere posizioni in favore di Putin, contro le sanzioni alla Russia. Un punto quest’ultimo, che getta una luce sinistra sui rapporti fra il Cremlino e i populisti di mezza Europa.

Ma il finale della tragicommedia grillina non è ancora stato scritto. Il Capo ora chiede, attraverso il Sacro Blog, che chi ha “tradito”, cioè chi ha deciso di lasciare la zattera malferma del M5S dopo che questa ha cambiato inopinatamente rotta, sia costretto a lasciare il Parlamento o a pagare 250.000 euro di penale al M5S. Si invoca, in proposito il “contratto” pre-elettorale che i candidati del Movimento sono stati costretti a firmare prima del voto: una scrittura privata che non ha valore a fronte di norme di rango costituzionale (il divieto di mandato imperativo, fra l’altro, è previsto dalle regole dell’Europarlamento, all’art. 6 dal Trattato di Lisbona).

Dal punto di vista politico, semmai, dovrebbe essere la ditta Grillo-Casaleggio a pagare una “penale” per aver tradito gli impegni sottoscritti di fronte agli elettori nel voto per le europee del 2014, dove, è appena il caso di ricordarlo, nel programma in sette punti del Movimento, rispolverato in tutta fretta dopo il fallito accordo con ALDE, al primo punto figurava proprio il referendum sull’euro.

È lecito cambiare idea, anzi, è segno di intelligenza. Ma cambiare idea tre volte in 48 è segno di totale confusione.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here