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L’intesa alla fine della nuova maratona negoziale dell’Eurosummit è arrivata, ed è un bene per tutti. Non era scontata, come scrivevamo ieri. Anzi, la tendenza prevalente sembrava, fino a notte fonda, il Grexit, l’uscita di Atene dall’euro. Ma è bene ripeterlo: si tratta di un accordo temporaneo, e non è affatto detto che diventi definitivo.

 Il bluff del referendum, come era prevedibile e previsto, si è ritorto contro il governo greco, e ieri Tsipras e il suo nuovo ministro delle finanze hanno potuto toccare con mano quanto potente sia il fronte che governa l’Europa sotto il tallone tedesco del rigore, e quale tempra di negoziatore abilissimo e instancabile abbia la Cancelliera Merkel: un vero diesel dei negoziati, che riesce sempre a spuntarla grazie non solo all’enorme peso specifico del suo paese ma anche alla sua straordinaria capacità di individuare temi e tempi della trattativa.

Anche stavolta, è inutile negarlo, ha vinto la Merkel. Ha messo Atene con le spalle al muro, utilizzando a proprio vantaggio, un anello dopo l’altro, tutta l’incredibile catena di errori tattici e ideologici commessi dal governo Tsipras. Ha strumentalizzato a proprio profitto (ed è una storia che si ripete dal 1992) le forzature del suo ministro delle finanze Schaeuble, fautore del Grexit, e confermato in tal modo il proprio profilo di leader europeo ma sensibile agli umori anti-greci dell’elettorato tedesco. Le concessioni fatte a Tsipras sono minime. La principale è aver tolto di mezzo – per ora – lo spettro dell’uscita di Atene dalla moneta unica, anche solo per un periodo di tempo. E poi c’è il terzo aiuto finanziario alla Grecia per 82-86 miliardi di euro, che si aggiungono ai 240 già concessi in passato. Per la Germania significa uno sforzo supplementare per 22-23 miliardi: nell’ipotesi Grexit, però avrebbe dovuto dire addio ai 90 miliardi già prestati ad Atene, che nella migliore delle ipotesi saranno restituiti solo in parte e nell’arco do una cinquantina d’anni.

Sul famoso tema del taglio del debito siamo, poi, nel campo delle pure illazioni: non ci sarà alcun taglio, tutt’al più una ristrutturazione che preveda un riscadenzamento, cioè un prolungamento dei tempi di restituzione delle somme prestate. Ma questo solo dopo che Atene avrà “riacquistato la fiducia” dei creditorio, cioè avrà fatto i famosi compiti a casa.

Ma l’aspetto più inquietante dell’accordo, per quel che se ne sa, è l’istituzione di un fondo fiduciario del nuovo prestito, pari a 50 miliardi di euro, nel quale andrà a confluire ogni euro messo da parte da Atene, soprattutto attraverso la vendita di importanti asset dello stato ellenico. Il fondo avrà sede in Grecia e non in Lussemburgo, come avrebbe voluto la Germania, e “sarà gestito dalle autorità greche sotto la supervisione di importanti istituzioni europee”. Dunque, Commissione europea, BCE e Fondo salva-stati ESM controlleranno, attraverso il fondo, sia le privatizzazioni della Grecia sia il corretto utilizzo delle risorse accumulate. In parole più crude, non solo viene di nuovo imposto il controllo della Troika (o come la si voglia chiamare), ma per la prima volta si realizza il pignoramento di un’intero paese e dei suoi beni, a garanzia di un prestito.

Tsipras è ora con le spalle al muro. Anche se gli va dato atto che dopo una conduzione suicida del negoziato con i creditori, il premier greco ha avuto, nel finale della partita, il coraggio di fare la sua scelta: fra i propri interessi politici di parte e la salvezza del suo paese, ha scelto la seconda via. E c’è da sperare che prosegua sulla strada della massima responsabilità. Altrettanto senso di responsabilità ci si dovrebbe aspettare anche da parte di chi ha in mano i destini dell’Europa ed il futuro di milioni di cittadini, cioè dalla Germania e dai suoi alleati dell’Europa del nord e dell’est. Ma da quel fronte arrivano solo diktat e minacce. E quella fiducia che oggi (giustamente) viene chiesta alla Grecia, dovrebbero per primi meritarsela loro stessi.

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