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Quando ormai la lunghissima era di José Manuel Barroso volge al termine, il presidente uscente della commmissione ha pronunciato finalmente parole di verità sulle ragioni della forte affermazione dei movimenti populisti ed euroscettici in tutta Europa.

Ed ha chiamato in causa le responsabilità dei governi nazionali per i risultati del voto di maggio:

«Se i governi passano tutta la settimana a dire che l’Europa non funziona, non possono la domenica chiedere alla gente di votare per l’Europa».

Parole sagge, pronunciate a porte chiuse da un politico che conosce bene le colpe dei governi,avendole in larga misura assecondate e in larga parte condivise nei 10 lunghi anni del suo mandato. Perché la palude nella quale si sta impantanando l’Europa non nasce dai movimenti euroscettici, che ne sono piuttosto la conseguenza. Nasce invece dallo sport preferito degli esecutivi nazionali che spesso nascondolo la loro incapacità di gestire la cosa pubblica dietro lo schermo delle rigidità europee. E così, quando le cose vanno bene, il merito è dell’esecutivo, quando vanno male la responsabilità è dell’Europa: la quale certamente ha avuto ed ha le sue gravissime colpe, specie nella gestione della crisi, ma le condivide almeno al 50% con le capitali europee.

Non c’è solo Cameron o i leaders dei paesi del nord e dell’est ad esercitarsi in questo suicida tiro al piccione. Ora anche Hollande se la prende con Bruxelles, e spesso lo abbiamo fattto anche noi italiani. Come se il Trattato di Lisbona fosse piovuto dal cielo e non fosse il frutto delle volontà delle cancellerie europee di non cedere troppi poteri a Bruxelles.

Bravo Barroso, dunque. Ma il coraggio di criticare i suoi sponsor poteva farselo venire prima, negli anni nei quali l’Europa stava lentamente sprofondando nel pantano.

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