Europee 2014, non ci sarà l’ondata populista

C’è un diffuso timore in quasi tutti i paesi del Vecchio Continente per il possibile affermarsi di movimenti populisti e xenofobi alle prossime elezioni europee del maggio 2014. Ma probabilmente è un timore eccessivo, alimentato per finalità propagandistiche dagli stessi leader di questi movimenti (in Italia abbiamo sotto gli occhi l’esempio di Grillo), cavalcato per motivi opposti anche dai partiti tradizionali.

Ma quale sarà la geografia politica del prossimo Europarlamento? Qualche indicazione ci può venire dalla storia recente delle elezioni UE, a partire dal 1979, anno i cui i deputati di Strasburgo vennero eletti per la prima volta a suffragio universale diretto; in precedenza infatti erano nominati dai parlamenti nazionali. La storia ci dice per esempio che la tendenza all’astensionismo è una costante di tutte le elezioni europee, e l’Italia non sfugge a questa regola. E così (vedi la nostra tabella basata su dati del Parlamento Europeo) il numero dei votanti in tutta Europa è passato dal 61,99% degli aventi diritto nel 1979 al 43% delle ultime elezioni del 2009.

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E’ vero che la tendenza al calo del numero dei votanti è una costante un po’ in tutte le democrazie, ed anche la seconda più grande assemblea elettiva del mondo dopo quella dell’India, con i suoi 500 milioni di elettori, non può sfuggire a questa regola. Ma un aumento abnorme dell’astensionismo forse dovrebbe preoccupare più del rischio populismo, perché nasconde un sentimento di crescente e diffusa sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni comuni.

Un altro elemento interessante fornito dai dati delle precedenti votazioni è la circostanza che l’allargamento ad est dei confini dell’Unione non ha prodotto una maggiore partecipazione popolare alle elezioni, ma il suo esatto contrario.

Ad esempio negli anni dell’apertura ad est, in alcuni paesi dell’Europa Orientale, come la Slovacchia, si è recato alle urne per le europee del 2004 appena il 16,97% degli aventi diritto, e neanche il 21% dei polacchi (vedi grafico sotto – fonte Parlamento europeo). Ci sono ragioni storiche e politiche che determinano questa così marcata disaffezione dei popoli di più giovane democrazia nei confronti del voto. E forse i lunghi anni della dittatura hanno lasciato il segno nei comportamenti elettorali dei cittadini.

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Un altro elemento interessante è l’andamento della sfida dei due principali gruppi politici, conservatori e riformisti, che negli ultimi 25 anni si sono rincorsi in una gara senza esclusione di colpi per la leadership del’Unione. Più deputati significa anche più potere e più posti nel Consiglio Europeo, nella Commissione e in tutte le altri grandi strutture che governano l’Europa. Negli ultimi anni, a partire dal 1999 i conservatori del PPE, il Partito Popolare Europeo, hanno stabilmente conquistato il primo posto in Europa. Ma fino al ’94 in testa c’erano i socialdemocratici.

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Riuscirà il PSE ad invertire la tendenza attuale e a tornare primo partito? L’attuale presidente del Parlamento europeo, il tedesco Martin Schultz, lo spera e ci sta lavorando con grande energia, nella consapevolezza che essere primi in questa tornata elettorale, significa avere anche una corsia privilegiata per ricoprire l’incarico di presidente della Commissione. Per questo le sue ambizioni dovranno scontrarsi con quelle delle altre formazioni politiche, sopratutto i popolari e i liberali dell’ALDE.

Secondo alcuni sondaggi pubblicati di recente dal quotidiano francese Le Monde, socialisti e popolari alle prossime europee dovrebbero attestarsi in una posizione di sostanziale equilibrio, intorno ai 220 parlamentari per ciascun gruppo, su un totale di 764 eletti. Previsto un calo dei Verdi, che scenderebbero a 40 seggi dagli attuali 58 e i liberal-democratici che dagli attuali 85 passerebbero a non più di 60-70. Uno scenario che potrebbe preludere ad una grande coalizione in salsa europea.

Il fronte del populismo invece non dovrebbe prendere più di 90 deputati in tutti e 28 i paesi. Ma per fortuna non esiste un fronte unico del populismo. Il britannico euroscettico Farage, amico del comico genovese, non farà mai un’alleanza strategica con la destra estrema di Marine Le Pen, dell’olandese Wilders e dei fascisti greci di Alba Dorata (la Lega Nord dovrebbe invece far parte di questa partita). E così altri movimenti antieuropeisti di ispirazione comunista non potranno accordarsi con Farage o con le destre estreme. In totale, secondo Le Monde, il numero dei deputati euroscettici dovrebbe attestarsi fra i 100 e i 160 parlamentari.

Un minoranza vociante e rumorosa, ma sostanzialmente impotente. Insomma, come titola Le Monde, «il peggio non ci sarà».

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