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La strada di Juncker ex premier lussemburghese e candidato del PPE alla guida della Commissione europea, è sempre più in salita. Alla buona notizia del sostegno esplicito della Merkel, ha fatto da contrappeso una serie di boccciature eccellenti: durissima quella del britannico Cameron, ma altrettanto convinta quella di Svezia, Paesi Bassi e Finlandia. Ed anche la Francia di Hollande ha fatto sapere agli “alleati” di non gradire quel nome, preferendo un socialista, se possibile francese. Per non parlare del discusso premier ungherese Orban, che pure convive nella stessa famiglia politica del candidato lussemburhese e che si è affrettato a dire che non è il suo candidato. Ma a far pendere decisamente la bilancia dalla parte del partito anti-Juncker è arrivato il “ni” di Matteo Renzi: «Io non credo che ci sia un problema Juncker, può essere un nome ma non il nome».

Una presa di posizione importante quella dell’Italia. Ma in questo caso la vittoria elettorale del PD c’entra poco. C’entra molto invece il fatto che il nostro è uno dei paesi fondatori ed è uno di

Jean-Claude Juncker
Jean-Claude Juncker

quelli che in Consiglio hanno a loro disposizione più voti: esattamente 29, tanti quanti ne hanno altri paesi più grandi, Germania, Francia e Regno Unito. Visto che la maggioranza qualificata si raggiunge,  secondo i criteri del Trattato di Nizza in vigore fino al 1 novembre 2014, ottenendo 260 voti su un totale di 352, ed è anche necessario anche il sì di almeno 15 paesi, tutto è ancora possibile. Ad esempio che nella lotteria della cosidetta “maggioranza ponderata”  Junker non riesca a centrare l’obiettivo. E si ripartirebbe quindi da zero. Le procedure di elezione del presidente della commissione, è disciplinata dall’art16, comma 7 del Trattato di Lisbona. Un testo che lascia (volutamente) spazio a varie interpretazioni:

«Tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate, il Consiglio europeo, deliberando a maggioranza qualificata, propone al Parlamento europeo un candidato alla carica d i presidente della Co mmissio ne. Tale cand idato è eletto dal Parlamento europeo a maggioranza dei membri che lo compongono. Se il candidato non ottiene la maggioranza, il Consiglio europeo, deliberando a maggioranza qualificata, propone entro un mese un nuovo candidato, che è eletto dal Parlamento europeo secondo la stessa procedura».

Come avvenne nel 2009 quando venne riconfermato per altri 5 anni Barroso, (e contestualmente designato anche Van Rompuy a presidente del Consiglio europeo) è più che verosimile che i capi di stato e di governo i cerchino di indicare al parlamento un nome che raccolga l’unanimità, o quasi, dei consensi e non la semplice maggioranza qualificata. Questo per dare un segnale di unità dell’Europa in questo momento di forte pressione dei movimenti euroscettici. Se si perseguisse l’unanimità, il nome di Juncker sarebbe automaticamente fuori.

A quel punto si riaprirebbero i giochi: Anzi probabilmente si sono già riaperti. E allora perché non cambiare decisamente strada e percorrrerne una più innovativa, più coraggiosa, meno banale, dando il segno di quel cambiamento reale che i popoli europei si aspettano? E non ci sarebbe nulla di più rivoluzionario che eleggere per il  top job dell’Unione europea una donna.

Chtistine Lagarde
Chtistine Lagarde

I nomi di donne capaci ed esperte nell’arte della politica non mancano. E poi, diciamo la verità: non è che nell’Europa di oggi ci siano tanti maschi che brillano per carisma e capacità di iniziativa. Giusto per fare qualche esempio, ecco di seguito alcune signore già impegnate in prima linea nella politica europea e nazionale, che avrebbero tutti i titoli per aspirare al posto ricoperto negli ultimi 10 anni da Barroso.

Al primo posto fra le “papabili” c’è, o meglio c’era, da direttrice del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde, francese, area PPE, già ministro delle finanze di Sarkozy. Si è molto parlato nei mesi scorsi di lei come del candidato-ombra della Merkel. E la cancelliera ha fatto il suo nome al presidente francese Hollande, che però ha ribadito le sue perplessità. La Lagarde è francese, ma appartiene al partito conservatore, l’UMP, e il socialista Hollande già in grave difficoltà a casa sua dopo la vittoria elettorale di Marine Le Pen, non intende fare favori agli avversari. Vista la situazione è stata quindi la stessa Lagarde a decidere di chiamarsi fuori dalla corsa per la Commissione.

Dalia Grybauskaite
Dalia Grybausk

Sempre nel campo del PPE un’altra possibile candidata è Dalia Grybauskaite, primo ministro della Lituania ed ex commissario europeo. Molto critica nei confronti di Mosca. E questo, con la crisi ucraina alle porte, potrebbe giocare a suo favore (o anche  a suo sfavore) nella corsa per la guida della commissione.

Ancora nel campo dei popolari c’è l’ex commissario alla giustizia VIviane Reding. Ma è una lussemburghese, come Juncker, e scegliere lei al posto del candidato ufficiale del PPE sarebbe forse troppo.

Viviane Reding
Viviane Reding

Nel campo socialista viene spesso indicata Helle Thorning-Schmidt fra i possibili candidati. E’ il primo ministro della Danimarca, socialista, ma proviene da un paese che non adotta la moneta unica. Questo potrebbe essere gradito ad altri paesi come ad esempio il Regno Unito o la Svezia che sono anch’essi fuori dall’eurozona e in posizione critica verso Bruxelles.

Helle Thorning Schmidt
Helle Thorning Schmidt

C’è infine anche la candidata ufficiale di verdi, la tedesca Ska Keller. Ma i Verdi europei hanno pochi parlamentari, ed è difficle che possano realisticamente correre per l’incarico più importante.

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Ska Keller

Se l’Europa vuol davver “cambiar verso”, come dice lo slogan di Matteo Renzi, allora cominci con il cambiar genere nella scelta dei vertici. Potrebbe essere il segnale dell’inizio di una svolta. E l’Italia, magari, dia una mano in questa rivoluzione politica e culturale.

Paolo De Luca

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