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La corsa per conquistare la poltrona di presidente della Commissione europea ormai è diventata una corrida. E le quotazioni del candidato “ufficiale” del PPE, il lussemburghese Jean-Claude Juncker sono in caduta libera, ma se non si trovasse una soluzione alternativa il suo nome potrebbe essere alla fine l’unico a rimanere in piedi nella guerra dei veti incrociati. Si rincorrono però le voci di un possibile ritiro volontario dell’ex premier del Lussemburgo, e di un rinvio della nomina del successore di Barroso a dopo l’estate.

Troppo presto per dirlo. Il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, abilissimo e spregiudicato mediatore per conto dei 28 leader UE, sta incontrando difficoltà notevoli per individure il profilo di un uomo che soddisfi richieste antitetiche. E la data limite del Consiglio europeo del 28-29 giugno si avvicina pericolosamente, e potrebbe essere bypassata. Il quadro al momento è quanto mai confuso: il britannico Cameron minaccia di lasciare l’Europa se verrà scelto Juncker; la Merkel dice ufficialmente di sostenere il lussemburghese, ma poi lavora per altri nomi, Matteo Renzi lascia capire che il nome di Juncker non gli piace, e di fatto riapre i giochi a tutto campo, forse nella speranza di tirare la volata al socialista tedesco Schultz; il francese Hollande ha detto no all’ipotesi di una francese Christine Lagarde, direttore del FMI, perché in quota PPE, mentre anche lui preferirebbe un socialista, se posssible francese. Il parlamento europeo (quello uscente) chiede a gran voce che il nuovo presidente della Commissione sia uno dei 6 candidati che ci hanno messo la faccia nelle recenti elezioni europee.

Un puzzle troppo difficile da comporre, dietro il quale si intravvede questa volta non tanto una lotta di potere, ma due o più diverse idee di Europa; un progetto federalista, di più Europa, ma con importanti riforme strutturali, quello sostenuto da una parte forse maggoritaria dei governi europei, ed una via confederale, cioè meno Europa, che è l’idea di Cameron e di altri paesi del nord.

Anche stavolta, tuttavia, decisivo sarà il peso politico e la capacità diplomatica della cancelliera tedesca. La quale ha tre priorità. 1) fare di tutto perché il Regno Unito non esca dall’Unione, anticipando il referendum  anti-UE al 2015: 2) impedire che l’eventuale-probabile uscita di scena del candidato popolare Juncker si traduca in una vittoria del socialista Schultz o di un altro PSE, partito che ha otttenuto il 2° posto, dopo i popolari, alle elezioni europee; 3) ribadire il concetto che a decidere non sarà il parlamento europeo, ma il Consiglio, cioè i governi.

Se è così, il prossimo presidente della Commissione potrebbe essere un popolare, ma il suo nome non sarà quello di Jean-Claude Juncker.

 

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