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Il prossimo 17 gennaio si vota per la scelta del nuovo presidente dell’Europarlamento, dopo che il presidente uscente, il socialdemocratico tedesco Martin Schultz, ha lasciato l’incarico per tornare ad occuparsi della politica del suo paese.

I candidati alla poltrona più importante sono due, ambedue italiani: Antonio Tajani del Partito popolare europeo e Gianni Pittella, dei Socialisti e democratici europei. Ma, viste le divisioni fra i due partiti maggiori, PPE e S&D, è spuntato nelle ultime settimane il nome di un outsider, il leader dei liberaldemocratici dell’ALDE, Guy Verhofstadt, belga, già presidente del consiglio del suo paese, uno dei più convinti sostenitori del federalismo europeo.

Il gioco di Grillo (o forse, più propriamente, di Casaleggio) per entrare nella partita dell’elezione del presidente, è sfacciato. Prova ad aderire (sempre che l’ALDE sia d’accordo), al  raggruppamento liberale per tagliare le gambe ai due contendenti italiani.

Un gioco certamente legittimo dal punto di vista democratico e anche intelligente e “spiazzante”, ma che rivela una massiccia dose di opportunismo e di superficialità. Un tatticismo spinto al punto da far passare passare gli eletti M5S da un gruppo anti-europeista ad uno filo-europeista può portare vantaggi nell’immediato, ma crea sconcerto fra i militanti e nell’elettorato.

Non è la prima volta che Grillo cambia posizione a 360 gradi, e non sarà l’ultima. Ma , per favore, non parliamo di «svolta europeista», che davvero non esiste.

 

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