SHARE

È un’idea non nuova, ma buona, quella lanciata da Angela Merkel di dar vita ad un’Europa a due velocità. Già dai tempi della crisi del debito, fra il 2011 e il 2012, se ne parlò a lungo e l’idea fu al centro di numerose riflessioni alla cancelleria di Berlino e, soprattutto, al ministero delle Finanze tedesco.

In quella primitiva, e per certi versi, primordiale, versione, questa concezione di Europa a cerchi concentrici aveva un valore punitivo. Aveva cioè l’obiettivo di tagliar fuori dall’euro paesi come l’ìItalia e la Grecia, creando un nucleo di Stati “rigoristi”, come la Germania, la Svezia, la Finlandia, l’Olanda, che avrebbero proceduto uniti verso una maggiore integrazione economica e fiscale, scaricando tutti gli altri.

Anche questa non era un’idea nuova, ma il riadattamento al 2012 di una vecchia proposta, la “Kerneleuropa”, il nocciolo duro dell’Europa, inventata negli anni ’90 dall’attuale ministro delle finanze di Berlino, Schäuble.

Oggi la proposta di Merkel sembra andare in un’altra direzione, pur con tutte le cautele del caso. Non regolare i conti con gli “Stati cicala”, come molti in Germania dipingono quelli del Sud, ma istituzionalizzare quella che da oltre un quarto di secolo è una realtà di fatto. Esistono i paesi dell’area euro, che nella maggior parte dei casi sono determinati ad approfondire il processo di integrazione, ed altri, come quelli dell’Europa centro.orientale, come Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, che non hanno questo interesse.

Certo, i dettagli, in un’operazione di questa natura, sono decisivi. Entra nel primo cerchio chi vuole, o chi può? E la Grecia, ad esempio – che magari vorrebbe ma non può – che destino avrà? E l’Italia, il Portogallo, la Spagna? Che rapporto ci sarà fra le due Europe? E come, tecnicamente si giungerà ad una soluzione di questo tipo? Attraverso una modifica dei Trattati o un patto intergovernativo, come sembrerebbe più plausibile, ma con tutti i rischi connessi a questa seconda opzione?

Se ne discuterà il 25 marzo in occasione della cerimonia nella Capitale, per il 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma, che diedero vita alla Comunità Europea. All’epoca nacque quella che venne definita la “Piccola Europa”, formata da solo sei paesi. Oggi l’Europa, per poter sperare di tornare ad essere grande, forse ha bisogno di diventare un po’ più piccola, ma più coesa. Purché questo processo avvenga nella chiarezza e in uno spirito di responsabilità e di solidarietà. Dopo l’uscita della Gran Bretagna e l’avvento di Trump alla Casa Bianca, l’Europa deve decidere se lasciare che l’immobilismo la disintegri, o tentare di reagire, dando un nuovo senso allo stare insieme.

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here