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Il presidente della BCE non offre alcuna sponda all’Italia e ai paesi del sud che chiedono flessibilità, rilanciando la sua ricetta  per la crescita. Che somiglia molto a quella della Cancelliera Merkel.

Nel  corso di  un’audizione all’Europarlamento di Strasburgo, Draghi ha risposto alle sollecitazioni avanzate da alcuni paesi mediterranei come l’Italia e la Francia, e supportate dal gruppo socialista (S&D) per far cambiare rotta all’Europa, passando dall’austerità alla flessibilità.

Ma se qualcuno si aspettava che anche il n.1 della Banca Centrale Europea, ritenuto a ragione il principale protagonista del salvataggio dell’euro negli anni bui della crisi del debito, abbracciasse la filosofia della flessibilità, è andato fortemente deluso.

Draghi ha premesso che già nelle attuali regole europee ci sono margini di flessibilità. Uno zuccherino che ha preceduto una bevanda dal sapore decisamente amaro. «Pensare che la flessibilità sia il solo modo per rilanciare la crescita è limitativo», perché la «crescita non può essere fatta a partire da nuovi debiti», ha aggiunto, rivolto senza mai nominarle all’Italia e alla Francia.

Secondo il presidente della BCE, la crescita si realizza riducendo le spese, «specie quelle improduttive», e aumentando, se ci saranno i margini, quelle per le infrastrutture e quelle finalizzate alla diminuzione della pressione fiscale.

Se qualcuno non avesse capito qual è la linea del numero 1 della Banca Centrale Europea, Draghi entra ancor più nei dettagli: «siamo per un consolidamento fiscale favorevole alla crescita», avverte, ribadendo con decisione la linea dell’austerity.

E  aggiunge che le politiche di consolidamento dei bilanci vanno proseguite in linea con il patto di stabilità.  «Dovremmo prestare molta attenzione a non tornare indietro rispetto al rafforzamento del quadro di regole del six pack e del two pack (nuove regole introdotte in Europa per tenere sotto stretta sorveglianza i bilanci dei paesi più indebitati, ndr) o a non annacquare la loro attuazione al punto che non siano più viste come un quadro credibile».

Parole fin troppo chiare. Ma non è tutto: In un altro passaggio, il capo di Eurotower rilancia una proposta che aveva già formulato nelle scorse settimane. E’ necessario dar vita ad «una governance comune» sulle riforme strutturali nella zona euro, perché le riforme non vanno nell’interesse di un solo paese ma di tutti».

Un’idea che riecheggia molto da vicino quei “contractual agreements” (riforme strutturali realizzate sotto la strettissima sorveglianza della Commissione in cambio di maggiore flessibilità e/o finanziamenti) lanciati nei mesi scorsi dalla Cancelliera, e che sembravano tramontati per sempre.  Ma che ora rispuntano dove meno te lo saresti aspettato.

Renzi è servito. Se questa linea della BCE è sposata anche dalla Germania e dai paesi del nord (e non c’è ragione di credere che sia diversamente), la flessibilità invocata dall’Italia rischia di diventare una parola vuota.

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