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Il Consiglio Europeo di giovedi e venerdi prossimi rischia di passare alla storia non come il summit del rilancio della crescita, dell’agenda digitale e del lavoro per i giovani (di immigrazione si parlerà, ma in modo marginale), ma come quello in cui terrà banco una nuova, rigida gabbia regolamentare e sanzionatoria imposta dalla cancelliera Merkel agli altri partner.


Fino a ieri erano solo sospetti. Autorevoli sospetti
, basati su indiscrezioni di prima mano dal settimanale di Amburgo, Der Spiegel. La cancelliera avrebbe in animo di proporre al prossimo Consiglio una riforma dell’Unione che passa attraverso una revisione del Trattati, e istituisce fra l’altro la figura di un “ministro delle finanze” europeo; un ruolo che potrebbe forse essere assegnato dal presidente dell’Eurogruppo. Una proposta in apparenza “europeista” ed interessante, che sembrerebbe andare nella direzione di un rafforzamento dell’Unione europea attraverso una politica di bilancio comune.

In realtà, le intenzioni della Cancelliera sarebbero ben altre. Si vorrebbe imporre all’Europa una “governance rafforzata”, nella quale la Commissione europea sarebbe chiamata svolgere una funzione di controllo sui bilanci dei singoli stati membri, che diventerebbero assolutamente trasparenti agli occhi di Bruxelles: rigoroso rispetto della disciplina di bilancio (è l’ossessione tedesca che torna a materializzarsi) e miglioramento della competitività sarebbero i parametri di valutazione sull’operato dei singoli stati. Per chi esce dai binari sono previste sanzioni praticamente automatiche. In cambio di questo, la Germania continuerebbe ad assicurare al budget dell’Eurozona il proprio contributo che è di decine di miliardi di euro.

Quest’ipotesi fino a ieri era poco più che un’indiscrezione. Ma da ieri ha fatto un piccolo ma significativo passo in avanti. Infatti, in coda all’ultima e ancora provvisoria bozza ancora provvisoria delle conclusioni del prossimo Consiglio europeo (una sorta di “work in progress”, un documento di lavoro realizzato dagli “sherpa”, ambasciatori ed esperti, che operano su indicazione dei singoli paesi, e che poi fornisce la base di discussione per la riunione dei capi di stato e di governo) appare, nella seconda stesura, una formulazione che era assente dalla prima, e che tradotta dall’inglese suona all’incirca così:

«La Commissione farà una prima panoramica delle implementazioni di specifiche raccomandazioni per i singoli paesi, che costituiranno una base per il monitoraggio della loro implementazione. Essa inoltre valuterà i progressi delle misure per la crescita ed il lavoro, includendo l’andamento dell’occupazione e del mercato reale, l’efficienza dei servizi pubblici, come anche l’educazione e l’innovazione dell’area Euro.
Su questa base, si lavorerà per rafforzare il coordinamento della politica economica, includendo i principali aspetti di accordi contrattuali (“contractual arrangements”) e di meccanismi di solidarietà».

Una formulazione vaga e apparentemente priva di significato, scritta nel linguaggio volutamente criptico della diplomazia europea, ma che conferma come questo teme sarà il cuore della discussione e prevedibilmente dello scontro al prossimo Consiglio UE. Si noti in particolare come venga sottolineato il ruolo di vigilanza della Commissione, e come si parli esplicitamente di «rafforzamento della politica comune» attraverso i “contractual arrangements” e i meccanismi di solidarietà.

Sappiamo che la Germania della Merkel è riuscita finora ad imporre all’Europa tutte le proprie scelte “rigoriste”, che hanno costretto i paesi colpiti dalla crisi del debito, come l’Italia a pesantissimi sacrifici, ed hanno finito per bloccare ogni possibilità di crescita. Sarà così anche questa volta? C’è davvero da augurarsi di no. Perché l’Europa, come sottolinea l’appello del Professor Gustavo Piga che pubblichiamo anche su questo sito e che invitiamo a sottoscrivere, non ha bisogno di nuove camicie di forza, ma di un rinnovato slancio per lo sviluppo e l’occupazione

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