SHARE

L’annuncio della «hard Brexit» da parte della premier britannica Theresa May ha i toni di una dichiarazione di guerra. Ma dietro un orgoglio nazionale ipertrofico, unito ad un’arroganza a tratti insopportabile, si può scorgere una sostanziale incertezza sul percorso reale del distacco dall’Unione europea e sul punto di approdo finale.

Innanzitutto, vediamo cosa ha detto la May. Questo il contesto generale:

“La decisione di andarcene dall’Europa non rappresenta un desiderio di essere più distanti da voi, che siete i nostri amici e i nostri vicini. Continueremo a essere partner affidabili alleati disponibili e buoni amici. Vogliamo comprare le vostre merci e che voi compriate le nostre, commerciando con voi nel modo più libero possibile”. […] Una nuova partnership tra uguali, fra una Gran Bretagna Globale, indipendente e sovrana, e i nostri amici e alleati della Ue”.

Nei 12 punti del suo programma, la premier ha specificato che la Brexit sarà totale: Londra «rivuole il controllo» sia sugli immigrati europei che sulla sovranità e sulle leggi. E per questo è decisa a rinunciare ad essere membro del Mercato Unico Europeo. Una partecipazione che assicura enormi vantaggi economici (il libero accesso a un grande e ricco mercato di  mezzo miliardo di consumatori), ma anche obblighi sia finanziari che sociali (libera circolazione delle persone). La proposta, contenuta al punto 9, è di dar vita ad un «Accordo di Libero Scambio di beni e servizi» con l’Unione europea e i suoi 27 stati membri. In pratica un accesso al Mercato Unico senza contropartite. Difficile che l’UE possa accettare una simile proposta, che segnerebbe il proprio suicidio, perché tutti aspirerebbero ad ottenere vantaggi senza oneri.

La May tuttavia, subito dopo, sempre illustrando il punto 9, apre uno spiraglio alla trattativa con la UE, su alcuni specifici punti (quali?), auspicando «il più ampio accesso possibile al Mercato Unico» e una continuazione piena della collaborazione sui temi della difesa e della sicurezza. Quindi, basta con le «ingenti somme» versate a Bruxelles, ma disponibilità a pagare «un contributo appropriato» su singoli settori. Insomma, è l’inizio del match con Bruxelles e la Gran Bretagna, come ha sempre fatto, indica senza esitazioni le proprie priorità ma non chiude al negoziato.

Alla fine della trattativa, fra un paio d’anni, l’eventuale accordo sarà sottoposto ai due rami del parlamento. Ma fonti del governo inglese precisano che i deputati non potranno cancellare il «leave», lasciando intendere che in caso di voto negativo del parlamento i futuri, decadrà solo intesa raggiunta, e a quel punto i rapporti commerciali fra Londra e la UE saranno regolati dalle tariffe, ben più onerose, del WTO.

Il tono ultimativo dell’intervento della premier britannica, in puro stile thatcheriano, arriva a minacciare la UE do creare alle porte dell’Europa una sorta di paradiso fiscale, se qualcuno tenterà «di punirci per l’uscita dalla UE».

La Gran Bretagna, in ogni caso, ha giocato le sue carte e lo ha fatto con una chiarezza non priva di una certa supponenza, tipica di un certo modo di intendere la britishness.

Ora tocca all’Europa fare le sue scelte e farle in fretta, senza timidezze.

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here