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Preoccupanti analogie fra la crisi del debito del 2011 e il tonfo sui mercati di oggi. C’è da augurarsi che sia solo un’impressione; ma la giornata nera delle borse mondiali sembra un dejà vue.

Fa tornare alla mente il fantasma di quella crisi dello spread che si aprì nella primavera di 4 anni fa. La situazione certo è molto diversa. Molti paesi (Grecia, Irlanda, Portogallo, Cipro, Spagna) hanno fatto i «compiti a casa», loro assegnati da Angela Merkel. Ma se si prova a togliere un po’ di polvere dalla superficie delle dichiarazioni ufficiali e delle congratulazioni europee per l’avvenuto risanamento di quelle economie cosiddette “periferiche”, si scopre che i paesi sottoposti alla cura degli uomini in nero della Troika (Commissione UE, FMI e BCE), sono usciti dalla crisi più poveri, stanno sperimentando nuove ingiustizie sociali e nuove disuguaglianze economiche, il tasso di disoccupazione è quasi dappertutto in drammatico aumento. Ma certo sono in linea con il totem del 3%, come se l’ossessione della Germania (e dell’Europa) per le regole e i parametri economici bastasse a definire lo stato di salute di un paese e la sua capacità di ripresa.

Accade così che la Grecia, il paese più vessato dalla Troika, che peraltro ha pubblicamente ammesso davanti all’europarlamento di aver sbagliato i conti, usando un “moltiplicatore” economico che non prendeva in considerazione gli effetti della recessione, torna a far paura. Dopo 4 anni di torture politiche e sociali, di un’umiliante sottrazione di sovranità, si torna al punto di partenza. Alla fragilità di quel sistema bancario da dove cominciò la più grave delle crisi del debito in Europa. E nei mercati si insinua, indotto dai report della solita agenzia di rating, questa volta la Fitch, la paura che 7 banche elleniche non siano in condizione di superare gli stress test, le prove di resistenza che verranno effettuate per saggiare la tenuta degli istituti bancari.

Un timore quello della Grecia, che unito alle cattive notizie provenienti dall’economia USA ha affossato le borse europee, facendo precipitare Milano a -4,4% con lo spread in rapida salita a 166 punti base contro i 147 del giorno prima.

I prossimi giorni ci diranno se, come speriamo, si è trattato di un fuoco di paglia, o se siamo all’inizio di una nuova fase di instabilità. Perché un attacco speculativo contro l’Italia questa volta troverebbe il nostro paese impreparato, in condizioni molto peggiori di quelle del 2011, quando il PIL, il Prodotto Interno Lordo, cresceva dell’1% all’inizio della crisi. E da allora ha smesso di crescere.

In questo quadro fosco stupisce che i paesi del blocco tedesco continuino a sventolare la solita, logora bandiera del rigore, che ha procurato devastazioni senza precedenti a tanti paesi europei. Se si vuole distruggere l’euro, non c’è bisogno del referendum promesso dal solito demagogo di turno. Basta lasciare che la Germania continui sulla strada fin qui seguita.

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