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A metà percorso di una stagione elettorale fra le più difficili per l’Unione Europea, si può già tentare un qualche bilancio. La vittoria di Macron in Francia è un’ottima notizia, che se ne porta dietro altre meno buone.

Se infatti mettiamo in fila i risultati delle ultime tre importanti tornate elettorali, per le presidenziali in Austria (4 dicembre 2016), per le politiche in Olanda (15 marzo 2017) e per le presidenziali in Francia (23 aprile- 7 maggio 2017), possiamo osservare alcuni significativi elementi di continuità.

Infatti, in tutte e tre le occasioni, ha vinto il candidato che esprimeva con maggiore coerenza e incisività le proprie convinzioni europeiste. È il segno che nei paesi europei, nonostante l’onda mediatica nettamente avversa alla UE, esiste una maggioranza di cittadini che non vuol saperne di abbandonare l’Unione: se non lo fa per passione nei confronti di un sogno ormai in parte svanito, lo fa certamente con la concretezza di chi pensa che restare nell’Europa sia più conveniente che uscirne.

Ma i dati positivi finiscono qui. Per il resto, possiamo osservare due fenomeni, fra loro strettamente connessi, ed entrambi preoccupanti: i partiti populisti, anche se non si affermano come forza di governo, avanzano in maniera importante in tutti e tre i paesi esaminati, diventando la seconda forza politica in Austria (Hofer), aumentando di 1/4 i seggi in Olanda (Wilders), e ottenendo il miglior risultato di sempre in Francia (Marine Le Pen).

Parallelamente, i partiti tradizionali scompaiono dall’orizzonte politico europeo. Un destino che si accanisce verso i conservatori ma soprattuto verso i socialisti, che dovunque registrano una crisi senza precedenti. Nella stessa Germania, dove si voterà il 24 settembre, il boom di Martin Schultz, candidato alla Cancelleria per i socialdemocratici, è durato poco più di tre mesi: il suo successo si è già sgonfiato.

Riusciranno i partiti tradizionali a risorgere dalle proprie ceneri, o cederanno il passo a nuove formazioni politiche? E queste ultime saranno all’altezza delle loro promesse? La sfida per il futuro dell’Europa è tutta qui, nella capacità della politica di rigenerarsi, di credere nel cambiamento che le opinioni pubbliche chiedono ai governanti con il solo strumento che è a loro disposizione: il voto. O di cedere all’avanzata del populismo, con tutte le incognite che questo scenario apre.

 

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