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La prossima presidenza italiana dell’Unione europea (1 luglio-31 dicembre 2014) sarà chiamata ad affrontare un nodo strategico dal quale dipende il futuro dell’Europa. La costruzione europea, realizzata senza un preciso disegno strategico e senza un’anima, che solo una costituzione comune le avrebbe potuto dare, comincia a mostrare pesanti segni di cedimento, che la crisi economica ha contribuito ad evidenziare. Con le elezioni europee del prossimo maggio, questi segni potrebbero ulteriormente aggravarsi, e non per il rischio di una improbabile vittoria dei partiti populisti, ma perché i troppi nodi non risolti della costruzione europea, alla fine stanno venendo al pettine.

Al momento dunque ci troviamo in mezzo ad un guado pericoloso, e la stabilità politica delle istituzioni comuni è messa a dura prova da spinte contrastanti. Da una parte la Germania della Merkel, che partendo da una posizione di assoluto predominio economico e politico, chiede con forza una maggiore integrazione delle politiche di bilancio, i cosiddetti “reform contracts”, da realizzarsi anche attraverso una modifica dei Trattati. Un progetto contrastato e potenzialmente pericoloso, che riguarda apparentemente solo i 17 paesi dell’Eurozona, ma che inevitabilmente finirebbe per coinvolgere anche le altre economie europee.

Dall’altra parte c’è il Regno Unito. Il premier conservatore David Cameron, tallonato elettoralmente dal partito euroscettico e populista, l’UKIP di Nigel Farage (non a caso amico di Beppe Grillo), e politicamente dalla maggioranza del suo partito conservatore, ha lanciato una disperata offensiva per ottenere “riforme” europee. Con il termine “riforme” il premier britannico intende un progressivo allontanamento del suo paese dai “burocrati” di Bruxelles, e il ritorno del potere decisionale nelle mani del governo inglese. In pratica se non è un addio all’UE, è qualcosa che gli somiglia molto. Il “patto” che Cameron vorrebbe proporre alla Merkel suona più o meno così: l’Eurozona vada avanti per la propria strada verso una maggiore integrazione, noi andremo per la nostra, verso una progressiva dis-integrazione. Ma a nessuno venga in mente di ostacolare il libero accesso del Regno Unito al mercato unico europeo. Quindi, mani libere, con pochi oneri ma con tutti i vantaggi del caso. Se non ci saranno queste “riforme” all’inglese, nel 2017 si svolgerà un referendum, minaccia sull’Europa Cameron,: e tutti i sondaggi dicono quanto i sudditi di Sua Maestà amino Bruxelles.

In mezzo, fra i grandi paesi fondatori, c’è la Francia, e su posizioni simili l’Italia. Il vertice fra Cameron e Hollande di questi giorni non ha potuto far altro che prendere atto delle diverse posizioni. Per la Francia, ha spiegato il presidente francese al suo ospite inglese, «queste riforme non sono una priorità». E per Hollande (come per Letta) non lo sono neanche quelle invocate dalla Merkel.

Il fronte dei paesi mediatori del sud del continente, in particolare Parigi e Roma, riuscirà a contenere spinte centrifughe così forti? O si sta realmente andando verso un’Europa a due o più velocità? O ancora peggio verso la disintegrazione del progetto europeo? I nodi verranno al pettine nel vertice di ottobre, in piena presidenza italiana, quando si comincerà a discutere delle proposte della Merkel, sulle quali però ci sono ampie e legittime divergenze fra i paesi dell’Eurozona. A quel punto l’Europa dovrà cominciare a decidere da che parte andare: e se andare da qualche parte.

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