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Il Senato degli Stati Uniti recentemente si è trovato a dover rispondere ad una domanda solo apparentemente banale: chi può essere definito giornalista? Da noi la risposta sarebbe scontata. E’ giornalista chi esercita tale professione ed è iscritto all’Ordine dei Giornalisti. Il punto è che negli Usa non esiste un Ordine simile al nostro, ed allora la faccenda si complica. Tanto che i senatori della commissione giuridica di Washington hanno discusso per 4 mesi sull’argomento, prima di raggiungere un compromesso che sembra più un pasticcio che una norma dettata dal buon senso e dal sano pragmatismo americano.

Accantonata da definizione troppo restrittiva di giornalista come di colui che si procura un reddito con questo lavoro, al termine del percorso legislativo (che ora dovrà essere finalizzato) la commissione giuridica del Senato con un voto bipartisan, 15 a 3, ha deciso che può fregiarsi del titolo di giornalista:

“qualunque dipendente, collaboratore indipendente o agente di una entità che diffonde notizie o informazioni. Inoltre, deve essere stato un dipendente per almeno un anno negli ultimi venti, o per tre mesi nel corso degli ultimi cinque anni, operando in precisi settori: i giornali, i libri non di fiction, le agenzie, i siti web, le applicazioni mobili o altri servizi di informazione distribuiti digitalmente o in altra forma, i programmi di notizie, i periodici in formato stampa o digitale, la tv, la radio o i film destinati al pubblico. Giornalisti sono anche gli studenti delle scuole di giornalismo e i free lance, purché possano dimostrare di aver prodotto molta informazione”.

Il poliziotto arresta il giornalista e gli comunica: “io ho diritto di restare in silenzio”.

In pratica ci sono dentro sia i media tradizionali che i new media, ma non i blogger o coloro, e sono tanti, che fanno informazione via Twitter. Apriti cielo! Il voto bipartisan, sollecitato peraltro da Obama, ha tenuto fuori una fetta crescente di autori di blog che oggi negli Stati Uniti sono almeno 50 milioni, e sono in crescita esponenziale. La protesta degli esclusi è stata durissima, mentre una settantina di organizzazioni professionali “ufficiali” hanno approvato il progetto di legge.

 

Ma perché è così importante essere dentro e non fuori da questa categoria. Perché il Free Flow of Information Act 2013, come si chiama questa norma , qui il testo in inglese è stato realizzato per proteggere la riservatezza delle fonti giornalistiche dopo uno scandalo di intercettazioni illecite

e di spionaggio ai danni di una grande agenzia di stampa, la Associated Press, e di un’emittente nazionale la Fox TV.
Lavorando su questo argomento i legislatori sono inciampati su un problema non di poco conto: a chi si può applicare questa norma? Chi rientra nella categoria dei “covered Journalist”, dei giornalisti protetti, e chi no? Chi può quindi opporre davanti ad un magistrato il diritto al segreto professionale e chi è costretto a rivelare le sue fonti, oppure correre il rischio di andare in galera, e chi no? Interrogativi fondamentali in un paese faro della libertà di stampa e dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

 

La vicenda pone qualche interrogativo e qualche riflessione anche in Italia, a chi opera nel campo dell’informazione. Forse l’Ordine, istituzione certamente arcaica e da riformare, è servito a stabilire una qualche linea di confine fra il lecito e l’illecito fra il rispetto dell’etica professionale e l’arbitrio. Forse però ha condizionato troppo l’accesso alla professione creando una sorta di casta di professionisti, giornalisti di serie A, contrapposta a quella dei giornalisti di serie B, i pubblicisti e quelli di serie C, i giornalisti dei new media.

Basti pensare che a tutt’oggi i pubblicisti non hanno diritto ad alcun tipo di protezione delle fonti, mentre, questo va ricordato, anche i professionisti sono soggetti ad una normativa vergognosa ed iniqua sul segreto professionale. Una normativa che farebbe venire la pelle d’oca ai difensori del 1° Emendamento della costituzione americana, quella che tutela la libertà di stampa, che in Italia oggi è una “libertà condizionata”.

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