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In aereo, finalmente sulla via del ritorno. Monti con i giornalisti

 

Il viaggio in Asia di Mario Monti, all’epoca Presidente del consiglio fu una di quelle esperienze che ti segnano per sempre. La lunghissima missione, una sorta di roadshow venne definito, cominciò il 25 marzo 2012 e si concluse ben 10 giorni dopo lasciando stremati i 10 giornalisti ammessi sull’aereo presidenziale. Korea del Sud, Giappone, Cina e Kazakistan le tappe del tour, finalizzato sopratutto ad attrarre capitali orientali, specie cinesi, in un’Italia a pezzi, devastata dalla crisi del debito e priva di credibilità internazionale.

Monti era nel momento di suo massimo fulgore, osannato dalla stampa internazionale e in grado in Italia di imporre le sue decisioni, anche impopolari, ai partiti della “strana maggioranza”, ancora attoniti e incapaci di reagire. Il tour fu un successo di immagine per l’ex premier e indirettamente anche per lìItalia.

Guardando retrospettivamente a quell’inverno 2012, si stenta a credere che in appena pochi mesi il Prof sia riuscito a dilapidare un patrimonio così straordinario di popolarità e di fiducia. E nello stesso tempo viene da chiedersi se non sia troppo parziale e ingiusta l’immagine che i partiti dell’ex maggioranza ABC hanno consegnato all’opinione pubblica, di un governo dei tecnici principale artefice e responsabile delle politiche recessive.

Quel viaggio comunque fu importante anche ai fini della politica interna, perché fu proprio sull’onda del grande successo mediatico e politico ottenuto in Oriente, e prima ancora negli Usa e in Europa, che Monti maturò l’idea di un suo più diretto impegno in politica. E non fu certo un caso che il viaggio fu caratterizzato da un costante botta e risposta fra Roma e le capitali asiatiche nelle quali si trovava l’ex premier sulla riforma del lavoro e sopratutto sul ruolo dei partiti. “Noi abbiamo alti consensi, nonostante le misure sul lavoro, i partiti no”, disse ad esempio il 28 marzo, parlando in inglese in un’affollata conferenza al Nikkei di Tokyo. Parole successivamente precisate ma non smentite in una lettera al Corriere della Sera.

Il Professore era in fiume in piena, parlava di tutto, in italiano e in inglese, e con tutti, tv e giornali locali, stampa italiana, e dappertutto, costringendo così il gruppetto di inviati a un continuo, estenuante lavoro di rimaneggiamento dei servizi da trasmettere in Italia.

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Un’immagine del collega tecnico Sergio Salata al lavoro a Pechino: più stanco o perplesso?

Fino a quando non accadde il fattaccio. Era l’ultima tappa del viaggio, nell’isola cinese di Boao, 4 ore e mezzo di volo da Pechino, il “buen retiro” di Deng Xiao Ping, un tempo meta privilegiata dei VIP cinesi, oggi aperta al turismo di massa. Alla fine della cena ufficiale, il Prof provò ad intercettare i cronisti, che all’unisono, come ubbidendo a un misterioso richiamo o forse a un istinto di sopravvivenza, se la squagliarono alla chetichella.

 

2 COMMENTS

  1. Grande Paolo De Luca! Come sempre. Nel suo articolo mi ha fatto rivivere le emozioni di quel viaggio. La fatica, la totale mancanza di sonno dovuta ai fusi orari e alle varie edizioni dei telegiornali per cui bisognava fare servizi a raffica, il malessere fisico per la stanchezza. Ma anche l’orgoglio di essere italiani, nonostante tutto. Si perchè,ovunque andavamo, eravamo accolti con grande rispetto. Merito del Prof che, come scrive Paolo, in quel momento godeva di consensi quasi da rock star un po’ ovunque nel mondo. Un viaggio memorabile anche, lo sottolineo, per tutti i giornalisti a bordo dell’aereo. Colleghi bravissimi, corretti, affettuosi. E certo non perchè fossi l’unica donna del gruppo, dunque trattata con molto rispetto. Ma perchè sono davvero dei fuori classe. In dieci giorni di trasferta estenuante, proprio al limite del crollo fisico, non ricordo fra noi un solo screzio. Solo garbo e sorrisi. Fino allo strepitoso gran finale, raccontato da Paolo…

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