Home Abstract

Abstract

Il populismo è un fenomeno sfuggente e camaleontico, ma nella sua versione europea più recente ha assunto caratteristiche proprie, che lo differenziano da analoghi movimenti presenti da tempo in tutti i continenti. L’anti-europeismo, nelle sue numerose varianti, è un denominatore comune a queste formazioni. Ma non è il solo. Altri caratteri condivisi sono l’antipolitica, la xenofobia, il nazionalismo identitario, l’anti-islamismo, il culto del leader carismatico, la banalizzazione e la polarizzazione del discorso politico: e non da ultimi, una certa insofferenza per la democrazia rappresentativa – alla quale si preferisce la democrazia diretta – e un malcelato disagio nei confronti dello Stato di diritto e delle sue regole.
Ma, per un altro verso, occorre prendere atto del fatto che il populismo piace, affascina settori sempre più ampi delle società europee, è in crescita costante specie fra i giovani, riesce a suscitare passioni e partecipazione, laddove la politica mainstream, ormai da tempo priva della spinta emozionale delle ideologie del Novecento, sembra oggi languire sotto il peso di un freddo razionalismo politico e dell’arida aritmetica parlamentare.
Le cifre parlano chiaro: il 21% degli eletti al Parlamento europeo nel 2014 è riferibile a questa nuova forma che ha assunto la politica dell’era post-ideologica. La Brexit e l’elezione di Donald Trump hanno fornito nuovo propellente politico a questi movimenti, che ormai dappertutto, nell’Europa centro-orientale e in quella occidentale, rappresentano la principale insidia alla sopravvivenza dell’Unione europea e della stessa democrazia liberale.
In paesi come l’Ungheria, la Polonia, la Slovacchia, la Repubblica Ceca, la Danimarca, la Finlandia e, fuori dai confini dell’UE, la Svizzera e la Norvegia, partiti populisti e xenofobi sono oggi stabilmente presenti nei governi nazionali. In altri paesi, dalla Francia all’Olanda, dall’Austria all’Italia, dalla Spagna al Regno Unito sono in crescita movimenti riferibili a questo nuovo genere politico.
Spesso si analizza questo fenomeno come se fosse in sé una malattia della politica e non, invece, il sintomo di una patologia più estesa e profonda della democrazia liberale, che oggi sembra incapace di interpretare e rappresentare le istanze di società europee percorse da tumultuose trasformazioni e da un profondo malessere. Il populismo, in ultima analisi, è la rappresentazione di un disagio sociale radicato e presente in tutte le società europee.
È sulla natura e sulle origini di questo malessere che si sofferma in particolare la prima parte del libro: esso sembra avere uno stretto rapporto con il processo di globalizzazione e con la trasformazione del neo-liberismo da teoria politico-economica ad ideologia dominante. Sono fenomeni profondamente connessi fra loro, che hanno rovesciato, a partire dalla prima metà degli ani ’80, il rapporto fra politica e finanza a livello mondiale.
La “vittoria del mercato”, come l’ha definita Bobbio, ha provocato nelle opulente società europee dell’epoca nuove diseguaglianze, perdita di competitività, disoccupazione, tramonto del sistema del welfare. I partiti socialdemocratici, che nei “Trenta Gloriosi” – i tre decenni dello sviluppo apparentemente senza limiti, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale – avevano assicurato crescita e benessere diffusi, non riescono ormai più a svolgere il loro ruolo di rappresentanza dei bisogni e delle aspettative delle classi lavoratrici. Ed è proprio dalla crisi delle socialdemocrazie che ha origine la grande esplosione dei movimenti populisti nel continente, fra gli anni ’80 e 90, e, con maggiore intensità, dopo l’inizio del nuovo Millennio.
Le nuove crisi, quella economico-finanziaria del 2008, poi le grandi migrazioni e, last but not least, il terrorismo islamista, hanno, da una parte aggravato, dall’altra modificato la natura stessa di quel male oscuro che da almeno una ventina d’anni attraversa le nostre società.
Al risentimento per le mutate condizioni di vita e di lavoro in larghi strati della popolazione, ora si somma un sentimento di paura per la possibile perdita non solo del benessere, ma anche della propria identità, a causa di quella che viene percepita come un’«invasione» di immigrati, portatori di culture lontane e talvolta ostili. Insomma, dalla «lotta di classe» si sta lentamente scivolando verso uno scontro di civiltà.
Ed è su questo terreno che i movimenti populisti in tutta Europa hanno costruito le proprie fortune, contrapponendo al multiculturalismo caotico e agli effetti perversi della globalizzazione un nazionalismo identitario dai caratteri fortemente xenofobi, anti-sistema, e, soprattutto, anti-UE.
Il libro ripercorre l’evoluzione del nuovo populismo europeo dalle origini, fra gli anni ’80 e i ’90, fino ai nostri giorni, e delinea, attraverso una “mappa” aggiornata e documentata, gli ultimi sviluppi di questo fenomeno e le linee di tendenza per il futuro. In particolare vengono messe in evidenza le diverse forme che il populismo assume nelle due aree del continente lungo quella che un tempo era la «faglia» geopolitica che divideva Oriente ed Occidente, la Cortina di Ferro, e che ancora oggi segna un’invisibile linea di demarcazione fra due diverse idee di politica e di democrazia.
La parte finale del libro è dedicata alla diffusione del fenomeno, tipicamente europeo, delle Grandi Coalizioni, che, da una parte, sembra rappresentare una sorta di argine estremo contro l’ondata populista, dall’altra, annullando le differenziazioni fra destra e sinistra in un’indistinzione ideologica e programmatica, finisce per cancellare la stessa ragion d’essere delle forze politiche tradizionali, fornendo nuovi argomenti alla propaganda dei movimenti anti-sistema.
Nel capitolo conclusivo, “Convivere con il populismo”, il libro tenta di individuare alcune linee di tendenza della politica europea, nella quale il populismo non solo continuerà ad essere un elemento stabilmente presente nel panorama pubblico, ma costituirà sempre di più, almeno nei suoi elementi “stilistici”, un modello da imitare anche per i leader dei partiti tradizionali.